L’asse tra Washington e Tel Aviv contro l’Iran per la “supremazia” nel Golfo Persico, potrebbe avere il duplice effetto di indebolire i primi, sorpresi dalla forza reattiva iraniana che ha risposto colpendo i vicini Paesi del Golfo e Israele, e di rafforzare, sull’altro fronte, Russia e Cina, che tutto avrebbero da guadagnare dall’errore di valutazione in cui parrebbe essere incorso Donald Trump e che ha condotto alla crescita del prezzo del petrolio. Gli Stati Uniti di Donald Trump, con il loro impegno bellico sul fronte iraniano, sembrerebbero limitare (questa l’impressione che se ne ritrae), quale conseguenza diretta ed immediata, le forniture di armamenti per l’Ucraina, con ogni ripercussione ed effetto immaginabile sulla capacità militare della stessa, sulla quale, peraltro, sembrerebbe pesare financo il veto posto da Viktor Orban sul prestito europeo da 90 miliardi di euro. Al punto che riesce assai difficile comprendere quale possa essere la strategia, se di strategia si tratta, del Tycoon che, con il suo agire, finisce per colpire non solo gli interessi interni propri (e il calo di consensi registrato sembrerebbe attestarlo), ma anche quelli degli storici alleati europei, a tutto vantaggio delle super potenze orientali, soprattutto la Russia in questo momento che, dall’aumento del prezzo del petrolio potrebbe trarre vantaggio.

Nel bel mezzo dei contesti bellici di interesse, si trova, giusto appunto, l’Unione Europea, già provata dai contraccolpi economici della pandemia di Covid-19 e del conflitto russo-ucraino concretizzatisi, tra l’altro, sia nella riduzione drastica delle forniture di gas russo, sia nell’aumento dell’inflazione direttamente incidente sui prezzi alla produzione e al consumo. Se, a siffatti shock, si era già cercato di fare fronte attraverso difficoltose e dispendiose operazioni di diversificazione degli approvvigionamenti, con la chiusura dello Stretto di Hormuz, che fino ad ora ha avuto un ruolo strategico per le rotte energetiche globali, si ripropongono tutti i timori per la stabilità economica. Quale può essere dunque il contegno da tenersi rispetto ad eventi che, sul piano degli effetti, sembrerebbero rientrare nella sferra dell’irrazionalità strategica americana? Sarebbe illusorio, giunti a questo punto, ritenere che la fine dei conflitti in essere, possa condurre a ristabilire lo “status quo ante”. E sarebbe parimenti illusorio ritenere che la cessazione dei conflitti in essere possa condurre a ristabilire le passate alleanze.

Sembrerebbe a questo punto doveroso ristabilire le priorità, sia come Unione Europea, sia come Stato Membro. Privi, alla attualità, di un’adeguata autonomia strategica energetica, potremmo rischiare di essere condizionati gioco forza dagli “umori” dei maggiori competitor globali, e non ultima, dalla Russia di Vladimir Putin, dalla quale, per diversi anni, l’Unione Europea, e l’Italia, si è ampiamente approvvigionata. Un paradosso, taluno potrebbe esclamare. Ma tant’è. In questo senso, occorre comprendere in che modo il recente viaggio del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, nel Golfo Persico comprendente l’Arabia Saudita, il Qatar, e gli Emirati Arabi Uniti, possa rivelarsi utile per il Paese. Può essere definita quale missione diplomatica ad alto valore strategico sul piano energetico? Può avere un qualche preciso

significato sul piano politico relazionale internazionale? Ebbene. La valutazione potrebbe porsi in maniera ambivalente ove si considerino differenti aspetti. Certamente, l’operato di Giorgia Meloni, sembrerebbe rispondere, a ben considerare, alla strategia che vorrebbe fare del Mediterraneo il fulcro dei rapporti tra i Paesi del Golfo e l’Italia (fermo restando che, con buona verosimiglianza, senza una adesione in tal senso dell’Unione Europea nel suo complesso, potrebbe restarne compromessa la tenuta nel medio e lungo termine) finalizzandolo a garantire, nel breve termine, le forniture energetiche italiane in un momento di crisi. Soprattutto, allorquando si voglia considerare che solo qualche giorno fa una nave portacontainer battente bandiera francese, è transitata nello Stretto di Hormuz, controllato dall’Iran, riflettendo una posizione geopolitica e strategica piuttosto eloquente (questo perlomeno sembrerebbe) rispetto all’agire di Donald Trump. D’altra parte, e la circostanza non può essere ignorata, il Vecchio Continente nella sua consistenza, quindi non solo e singolarmente i Paesi Membri, è chiamato ad operare una scelta di indirizzo per il futuro che possa scioglierlo da ogni forma di dipendenza energetica a meno di non volersi trovare nella condizione di doversi piegare all’approvvigionamento russo meno dispendioso rispetto a quello americano.

Da tempo gli opinionisti e gli esperti offrono tre soluzioni possibili, sussumibili nella ricerca accurata di cosiddetti combustibili fossili in territorio nazionale ma anche europeo, negli investimenti su fonti rinnovabili ovvero sul nucleare. L’Unione Europea deve decidere il proprio futuro con scelte decise ed autonome, altrimenti rischia di subirlo e di restare sopraffatta da super potenze ricchissime di materie prime capaci di incidere su un potenziale nuovo Ordine Mondiale.

Giuseppina Di Salvatore

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