Aperte questa mattina le urne in Ungheria, al voto per elezioni che potrebbe chiudere i sedici anni di governo di Viktor Orban e aprire la strada all'opposizione guidata da Peter Magyar. Ieri sera i comizi finali: il premier nel cuore di Budapest, lo sfidante invece a Debrecen, roccaforte storica di Fidesz tornata contendibile. «Ogni voto conta, smantelliamo il regime e facciamo la storia insieme», esorta il leader di Tisza, in testa in tutti i sondaggi, nel tentativo di conquistare gli indecisi. Magyar punta alla maggioranza dei due terzi che serve per le riforme sullo stato di diritto necessarie a sbloccare i fondi Ue.

Messo all'angolo da sondaggi che lo pongono sul crinale più incerto del suo lungo potere, il leader di Fidesz non si è lasciato scoraggiare: «Siamo in tanti, riconquisteremo anche Budapest e mostreremo quanto è forte la destra», ha assicurato, rivendicando un modello «civico, cristiano e nazionale» costruito in sedici anni di leadership. E alzando lo sguardo oltre i confini: Donald Trump «è con noi», ha ricordato, ringraziando per l'endorsement del presidente americano pronto a mettere «tutta la potenza economica» degli Stati Uniti al servizio dell'alleato magiaro. Il voto muoverà l'intero Paese: oltre 8 milioni di elettori, 199 seggi in palio, un sistema ibrido tra collegi uninominali e liste. L'affluenza si preannuncia alta, con la possibilità di superare il 70% registrato nel 2022, trainata soprattutto dai più giovani - oltre 181mila al primo voto - e dai circa 500mila ungheresi all'estero, tra i quali iniziano a emergere segnalazioni di difficoltà nelle operazioni di voto. La vera linea del fronte resta la soglia dei due terzi: la chiave per Magyar per cambiare tutto, l'argine per resistere per Orban. La retorica è da ultima chiamata, speculare e frontale.

«Non solo il Tisza scorre, ha già esondato in tutto il Paese», ha ripetuto Magyar richiamando il fiume Tibisco che dà il nome al suo progetto politico, evocando un'onda pronta a travolgere corruzione e opacità. L'avvocato 45enne ha promesso conti da regolare con una magistratura indipendente, archivi e contratti segreti da aprire, fondi pubblici ai media statali da tagliare, rivendicando una squadra «non di premi-bottoni, ma di veri rappresentanti». «Se necessario andremo fino a Dubai o in Ciad per riportare a casa i soldi degli ungheresi», ha assicurato, soffermandosi su una sfida che si amplia anche ai fondi Ue congelati, cartina di tornasole del futuro del Paese e dei suoi legami con Bruxelles.

«Se avremo 3 milioni di voti, nemmeno le porte dell'inferno potranno prevalere su di noi nei prossimi quattro anni», ha rilanciato il premier, chiamando a raccolta anche i giovani. Dopo settimane di sondaggi che si inseguono, fotografando Magyar in testa, alle soglie delle urne gli scenari restano aperti: una riconferma netta (pur vista come improbabile) di Orban o una vittoria a valanga dello sfidante. Oppure, margini stretti che trascinerebbero il Paese in trattative lunghe e imprevedibili. Con un rischio in più: in caso di risultato sul filo, nessuno dei due contendenti potrebbe essere disposto a riconoscere subito la sconfitta. E, sullo sfondo, pesa anche il rebus dell'ultradestra. Il risultato di Mi Hazank (Nostra Patria) - unico partito oltre ai due principali contendenti accreditato a superare la soglia di sbarramento del 5% - potrebbe rivelarsi decisivo per la tenuta di Orban, anche attraverso un appoggio esterno.

(Unioneonline)

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