Si chiamava Chanchal ed era un’elefantessa di 65 anni. Solo sei mesi fa era stata cosparsa di pittura rosa per un servizio fotografico in India e quegli scatti – che la ritraevano con una modella in posa sul dorso – avevano fatto il giro del mondo, tra stupore e indignazione. L’animale è morto lo scorso febbraio e il decesso ha riacceso il dibattito, mai sopito, sul rapporto tra espressione artistica e tutela degli animali.

L’elefantessa era stata protagonista di uno shooting firmato dalla fotografa russa Julia Buruleva, che aveva scelto la città di Jaipur come location. Le immagini, diventate virali, avevano suscitato reazioni contrastanti, alimentando una discussione internazionale sull’opportunità di utilizzare animali in contesti artistici e commerciali. Dopo la morte, le autorità locali hanno avviato una serie di accertamenti per chiarire le cause del decesso e verificare se l’impiego della vernice possa aver avuto un impatto sulle condizioni di salute dell’animale. In attesa di risposte ufficiali, la fotografa e il proprietario dell’animale hanno assicurato che si tratta di un decesso per cause naturali, legate principalmente all’età dell’elefantessa.

Buruleva ha inoltre replicato alle critiche sottolineando che la pittura sugli elefanti è una pratica presente nella tradizione locale e ancora diffusa, e che l’intervento sull’animale sarebbe stato rapido, realizzato con materiali sicuri e seguito dalla rimozione della vernice poco dopo lo shooting. Secondo la fotografa, l’intento era quello di documentare una consuetudine culturale già esistente, non di introdurre un uso improprio dell’animale. Nonostante tutto, le parole non hanno convinto parte dell’opinione pubblica. Nel frattempo, diverse associazioni animaliste hanno rilanciato la richiesta di norme più stringenti sull’impiego di animali in contesti non naturali, chiedendo maggiori tutele e controlli.

(Unioneonline/v.f.)

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