Dino Keber «da tempo si era costruito un cappio con una corda, e tutte le volte che mia figlia lo lasciava glielo mostrava manipolandola, dicendo che si sarebbe ucciso». Lo racconta Marinella Forner, madre di Tania Terrin, la donna che è stata uccisa da Keber che poi si è tolto la vita. «Venti giorni fa - ha detto la donna intervistata dal Corriere del Veneto - Dino mi aveva chiesto di incontrarci. Forse dovevo parlargli, dovevo ascoltarlo. Mia figlia me lo ha proibito. Mi ha detto 'Mamma, non provare ad avvicinarti a lui'. A mia figlia lui piaceva perché era dolce. Non poteva toglierselo dalla testa. Avevano anche provato a convivere, ma le cose non erano andate bene. Poi la prima aggressione. Lui le aveva tirato un pugno, graffiandola e facendole male a un timpano. Si separavano, ma Dino stava distante da lei un mese al massimo, poi tornava. Lei lo perdonava e riprendeva a tartassarla. Messaggi, telefonate, scene di gelosia, controllo del telefono, pedinamenti. 'Guarda che a me i talebani non piacciono', gli ho detto una volta. E a Tania dicevo: guarda che prima o poi quello tira fuori un coltello».

Forner ricorda quindi di aver denunciato Keber «sette o otto volte: tre io, tre lei dai carabinieri e due o tre anche suo padre. C'è stato anche l'ammonimento del questore. Tania si era convinta a querelarlo dopo i fatti accaduti ad aprile. Era Pasqua. Lui l'aveva convinta a riprovarci, sembrava andasse meglio e invece quando poi Tania era andata a casa sua, Dino le aveva stretto le mani attorno al collo così forte da farle perdere i sensi. Ai carabinieri chiedo di dire alle donne che denunciano le violenze che si facciano subito la valigia, che lascino tutto, la casa, il lavoro e che spariscano. Devono dire alle donne la verità. Perché non esiste altro modo per proteggere una donna che sporge denuncia verso il compagno. Deve rinunciare a tutto, alla sua vita, alla famiglia. Deve abbandonare il proprio paese e far perdere le sue tracce. Diversamente, deve mettere in conto che potrebbe morire».

«Quello che è accaduto a Camponogara è un fallimento – dice senza mezzi termini il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia - Dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza. Tania Terrin aveva denunciato l'ex compagno, aveva già subito violenza e nei confronti dell'uomo era stato emesso un ammonimento del Questore. E oggi Tania non c'è più. Di fronte a una tragedia come questa - prosegue Zaia - non possiamo limitarci al cordoglio: dobbiamo chiederci che cosa non abbia funzionato e intervenire con ancora maggiore determinazione». «Sul contrasto alla violenza sulle donne - prosegue Zaia - dobbiamo continuare senza sosta il lavoro culturale, soprattutto con le nuove generazioni, educando al rispetto, alla libertà e al rifiuto di ogni forma di possesso e sopraffazione. È fondamentale, in questo senso, anche il lavoro portato avanti dalla Fondazione Giulia Cecchettin, che sta contribuendo a costruire una nuova consapevolezza sul rispetto e sulla violenza di genere». 

(Unioneonline)

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