Quaranta centimetri hanno salvato la vita alla sua collega Maria Ilaria, che ha visto all'improvviso quell'ombra bianca, sul binario e si è spostata d'istinto, pochi centimetri sufficienti a salvargli la vita. Praticamente illeso un capotreno, Antonio Pilloni, che viaggiava nell'abitacolo. Dietro, nel vagone, c'erano quattro passeggeri. Una donna, Rita Lombardi, 42 anni, da Sennori a Olbia ogni sacrosanto giorno, per uno stipendio da bidella. Insieme a lei, stesso lavoro, stessa destinazione, Bartolomeo Solinas. Lui se l'è cavata con un grande spavento, lei ha avuto un malore. Trasportata al pronto soccorso, ha lamentato da subito forti dolori alla schiena. Per gli altri due passeggeri, Simone Virpelli e Mara Fenu per fortuna, solo ore d'inferno da raccontare. Il destino non ha infierito: da lunedì a venerdì il treno per Olbia viaggia carico di pendolari.

Sono le sei del mattino quando motrice e vagone del treno diretto da Sassari a Chilivani escono dal tunnel che sfiora il cementificio, a Scala di Giocca. Trecento metri di buio pesto, a ottanta chilometri orari. Il grande masso sul binario si para davanti all'improvviso, impossibile frenare. L'impatto è devastante, sulla pietra si stampa il muso della motrice, dalla parte del guidatore. Il treno sbanda, impazzisce per cinquanta metri, finendo fuori dalle rotaie.

Al centralino del 118 arriva una chiamata. È il capo delle macchine. È successo qualcosa di brutto, racconta, sul binario all'uscita delle galleria. Le notizie sono frammentarie, ha sentito un botto, il treno è deragliato, il collega ferito.

Ambulanze, vigili del fuoco, carabinieri, polizia. È buio pesto, arrivare non è agevole. Tonnellate di roccia bianca si stagliano sull'unico binario che collega Sassari al resto dell'Isola. Due grandi massi occupano la strada ferrata, le barriere di acciaio sembrano plastilina, la motrice è adagiata su un lato. I passeggeri vagano come zombie.

Man mano che passano i minuti, il cielo si fa chiaro e rivela tutta la gravità dell'incidente. La parte anteriore del treno, sul lato della guida, è un grugno accartocciato.

All'interno iniziano le manovre rianimatorie. Massaggio cardiaco, defibrillatore. Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo , si affanna il medico. Un vigile del fuoco corre a prendere una bombola d'ossigeno. Quando torna è troppo tardi. Giuseppe Solinas se ne va, sotto gli occhi atterriti dei compagni. Fino a un attimo prima era vigile, aveva caldo, voleva da bere. Poi l'arresto cardiaco, la voce metallica del defibrillatore scandisce gli ultimi istanti di una vita.

In un silenzio irreale arrivano tutti. Forestali, l'ingegnere delle Ferrovie, uomini del Genio Civile. Il costone incombe minaccioso mentre si fa giorno, in un freddo siberiano. In fondo, sul binario, arranca la moglie tenuta per le braccia. Lo sguardo perso nel vuoto, ha già saputo. Realizza solo davanti a quel foglio di alluminio, che impedisce di buttare lo sguardo all'interno del treno, cabina macchinisti. Abbraccia il suo ragazzo, Francesco, piangono insieme. Federica, la figlia di vent'anni, arriva poco dopo. Lo strazio fende l'aria, per quella morte assurda.

Giuseppe Solinas a Ploaghe guidava un plotone di ragazzini, sui campi di calcio. Settore giovanile della Plubium, prima categoria. Una grande passione, un sorriso per tutti, quel certo nonsochè che ti fa venerare dai ragazzini. Il suo secondo lavoro, il primo era quello di macchinista di treno. Alle Ferrovie era entrato giovanissimo, venticinque anni fa, come suo padre.

Un cognato si abbandona sul binario, la testa fra le mani, mentre dalla stazione di Sassari arriva la litorina che porterà in città il corpo del macchinista, all'istituto di medicina legale, dopo l'autorizzazione del magistrato Gianni Caria.

Qualche anima buona risparmia a moglie e figli la pena delle formalità di rito e li porta via, lontano dal treno. Il binario rimarrà a lungo interrotto, sembra di capire. Tutta la zona è a rischio, se gli alberi non avessero frenato la caduta dei massi sarebbe stata una strage.

PATRIZIA CANU
© Riproduzione riservata