L’Asl di Cagliari ha negato un lettino: «Non tocca a noi fornirlo». La Città metropolitana non ha garantito un operatore socio sanitario per le ore necessarie: «È sufficiente poco più della metà», hanno sostenuto gli uffici. La vittima di questo sistema è uno studente di 15 anni, iscritto alla classe prima di un istituto superiore del Cagliaritano. Un ragazzo affetto da una grave disabilità  che avrebbe voluto solo andare a scuola. Per permetterglielo i genitori hanno dovuto ingaggiare in tribunale una guerra  contro la burocrazia degli apparati pubblici, affidandosi all’avvocato Riccardo Caboni. Nonostante battaglie vinte, durante il percorso, la soluzione è stata trovata solo il 13 marzo. Tardi, troppo tardi, anche per i giudici del Tar. Che hanno condannato Asl e Città metropolitana a pagare i danni. Perché avevano ragione il ragazzo e i genitori: gli enti non potevano negare la loro competenza nella risoluzione del problema, lo hanno fatto troppo tardi. E ora gli atti sono stati spediti da piazza del Carmine alla Corte dei Conti. 

La prima a essere stata chiamata in causa era stata la Città metropolitana di Cagliari, che aveva negato «la propria competenza a fornire gli ausili prescritti (un sollevatore ed un lettino)», ritenuti necessari per consentirne la frequenza scolastica in condizioni di sicurezza e, dall’altra, «ha comunicato che l’istanza relativa al servizio di assistenza scolastica non educativa tramite la figura dell’Oss risultava “ammessa” per 16 ore settimanali, in luogo delle 24 richieste nel Piano educativo individualizzato». L’operatore socio sanitario era necessario per poter assistere il quindicenne nelle sue più varie necessità. I provvedimenti sono stati impugnati. Ed è stata chiamata in causa l’Asl di Cagliari: l'azienda sanitaria, in sintesi, ha sostenuto di essere competente solo a fornire lettino e sollevatore per l’utilizzo in casa (dichiarando comunque di averne a disposizione). Per la scuola ci avrebbe dovuto pensare la Città metropolitana. È partito un rimpallo di responsabilità di fronte al quale l’avvocato Caboni ha cercato di mettere un punto. E c’è riuscito a ottobre dell’anno scorso, quando è arrivata la prima ordinanza  che dava in testa agli enti pubblici che giocavano allo scaricabarile. Si era scoperto che a scuola un lettino c’era, ma doveva essere collaudato. E di certo doveva essere messo a disposizione un Oss per 24 ore la settimana (e non 16, che era il tetto posto dalla Città Metropolitana) perché necessario per garantire «l’assistenza per l’espletamento delle autonomie di base, alimentazione e igiene personale, e costituisce perciò una precondizione per la semplice frequenza del minore disabile all’attività scolastica».   

Risolto? Macché. Si è scoperto che il lettino a disposizione della scuola, mentre la Asl continuava a chiamarsi fuori dalla fornitura, non potesse essere collaudato: «Non risulta adeguato ai fini della sicurezza», aveva scritto il tecnico inviato per effettuare i controlli. Così ecco un’altra ordinanza: l’Asl a dicembre è stata chiamata dal Tar a fornire il letto e il sollevatore perché, era stato stabilito, la fornitura era di sua competenza. Avrebbe dovuto farlo entro dieci giorni. Invece ha provveduto solo a metà marzo. Lungaggini interne, pare.  Che qualcuno però è stato chiamato a pagare. 

Asl e Città metropolitana sono state condannate a versare  1300 euro di danni per ogni mese di scuola che il ragazzo è stato costretto a saltare: 7.800 in tutto. Una somma che appare simbolica, visti i disagi patiti. L’Asl deve mettere la sua quota per tutti i mesi, la Città metropolitana per  i primi due nei quali si è rifiutata di fornire l’Oss per le ore richieste. IN più ci sono le spese legali: 5000 euro. 

Come andrà l’anno per il ragazzo? Potrebbe non perderlo. L’anno scorso invece si era dovuto ritirare: a scuola non c’era un bagno adeguato per lui. 

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