Cent’anni, e una memoria lucida che corre veloce come i passi di chi ha vissuto tante emergenze e tante nascite in case senza ospedale.

Efisio Manunza, nato a Stampace (Cagliari), spegne oggi la sua prima centenaria candela. La mia infanzia è tutta lì», dice. 

Per quattro decenni è stato medico condotto a Muravera, diventando non solo il punto di riferimento sanitario, ma il custode silenzioso di storie, dolori e speranze della comunità.

La medicina lo chiama presto. Laureato nel 1955, già da studente lavora come volontario in clinica medica.

L’idea era di specializzarsi, ma il destino aveva altri piani: «Mi dissero: vai a Muravera per quindici giorni, una sostituzione. Era il 1956. Sono partito pensando di tornare subito».

Muravera, però, non era una tappa temporanea. «L’ospedale non c’era. Non c’era proprio. C’era il medico, punto. Se succedeva qualcosa, il medico doveva essere pronto a tutto».

I primi pazienti erano coltivatori diretti, in un territorio dove la vita si reggeva sull’agricoltura. «Mi dissero: resti ancora un po’. Ho detto di sì. E sono rimasto quarant’anni».

E così quel breve incarico diventerà una vita: quaranta anni di visite a domicilio, parti in casa, emergenze improvvise e un rapporto umano con ogni paziente che non conosceva orari né riposo. L’ambulatorio era sotto casa, in via Roma. Mattina fino all’una o alle due, poi visite a domicilio senza orologi né pause.

«Se c’era una febbre alta, tornavo il giorno dopo. E quello dopo ancora», ricorda. In quegli anni, le emergenze erano quotidiane: feriti da incidenti stradali, parti complicate, assenza di specialisti e ambulanze. 

I primi tempi erano duri: due anni in albergo, metà stipendio per vitto e alloggio. Poi arriva Maria Teresa, compagna di una vita: «Eravamo fidanzati da sette anni. Quando ho potuto comprare camera da letto, cucina e sala, ci siamo sposati. Sessant’anni e sei mesi insieme».

Maria Teresa, compagna di vita e collaboratrice in ambulatorio, pronta a trasformarsi in infermiera improvvisata o sostegno per i pazienti più fragili.

«Quando mio marito non c’era, scendevo in strada, aiutavo chi ne aveva bisogno. Crescevamo i nostri figli in mezzo a queste piccole grandi storie», raccontava Maria Teresa. Va in pensione a settant’anni, ma il legame con Muravera resta. «C’era chi non voleva farsi visitare da altri. Dicevano: voglio il dottor Manunza. E io andavo».

Tra gli episodi più incredibili, quello della donna che perde un orecchio in un incidente a Castiadas: «Ho controllato che non avesse fratture, poi ho detto: proviamo a cercarlo. Qualcuno torna con il padiglione auricolare raccolto sull’asfalto. L’ho lavato, ricucito punto per punto. Mia moglie mi teneva fermo il padiglione. Non sapevo come sarebbe andata, ma quello era il massimo che potevo fare».

Il giorno dopo, la donna si fece visitare in ospedale e il lavoro di Manunza ricevette i complimenti di un professore: «Ho fatto solo quello che dovevo fare», minimizza lui.

Nei quarant’anni a Muravera non ha mai chiesto denaro: «Mai. Neanche dai turisti. Una volta un signore tedesco lasciava dei marchi. Li conservo ancora. Non era per i soldi che facevo il medico».

Oltre alla pratica quotidiana, Manunza svolge anche funzioni di medico legale: casi dubbi, suicidi, rapporti con i carabinieri. Sempre con equilibrio e discrezione: «Di notte mi fermavano, dicevo: c’è un malato grave. Mi volevano accompagnare, io dicevo di no».

La vita privata riflette la stessa dedizione: Maria Teresa malata, assistita fino alla fine. I figli respirano quella quotidianità: Antonello medico, Alessandro medico, Cristina farmacista, Alessandra insegnante.

Va in pensione a settant’anni, ma il legame con Muravera resta. «C’era chi non voleva farsi visitare da altri. Dicevano: voglio il dottor Manunza. E io andavo»

Oggi, a cent’anni, Efisio Manunza legge, segue l’attualità, ma soprattutto resta testimone di un tempo in cui la medicina era continuità, attenzione e responsabilità totale.

«Era un altro tempo. Se tornassi indietro, rifarei tutto allo stesso modo», confessa senza esitazioni.

I riconoscimenti arrivano senza clamore: medaglia d’oro della parrocchia, cittadinanza onoraria di Muravera. «Mi hanno fatto piacere. Ma io ho fatto solo il mio dovere», precisa.

Il sindaco di Muravera, Salvatore Piu, medico come il nuovo centenario, lo definisce «parte fondamentale della storia civile e umana del nostro paese. Non è stato solo il medico di generazioni, ma un punto di riferimento per l’intera comunità».

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