Il primo pensiero è andato al suo amore per la Sardegna e alla moglie, con la quale nel 2017 ha deciso di realizzare un sogno lungo una vita: aprire una pizzeria napoletana, Napul’è, appunto. Cinquantotto anni, 38 trascorsi in Sardegna, Luigi De Micco, ex militare, è il titolare vittima della brutale aggressione avvenuta ieri sera nel corso Vittorio Emanuele, a Cagliari. L’anniversario del suo arrivo nell’Isola, per essere precisi, cade proprio il primo maggio. «Con Sant’Efisio, sì».

De Micco, insieme al figlio, ieri sera ha provato a inseguire un gruppo di giovani che poco prima avevano rubato la borsa a una turista, cliente del locale. «Ho reagito d’istinto, è la mia indole. Ho visto una ragazza in grande difficoltà, stavano cercando di scipparla proprio vicino ai tavoli. Non potevo restare fermo». Una reazione che però ha avuto conseguenze: «Abbiamo rischiato anche noi. Erano tanti, non era un gruppo isolato», precisa De Micco, che dopo l’aggressione non ha voluto abbandonare il locale e i dipendenti. «Mi sono fatto medicare e sono rimasto lì: un capitano non abbandona la nave, e per me tutto questo è troppo importante, era il sogno di una vita». Il racconto è segnato dalla preoccupazione per un’escalation di violenza nel cuore della città, che da una decina di giorni sembra peggiorare senza sosta: «Dobbiamo difenderci, perché alcuni sono armati: coltelli, spray, perfino taser. È una piaga che sta diventando troppo importante».

La paura però non ha fermato il ristoratore, che ha deciso di non rimanere in silenzio e di provare a fare qualcosa per salvare una situazione complessa «che interessa tutti: locali, imprese, attività commerciali. Stasera sarò dai carabinieri per denunciare. Molti stanno in silenzio perché hanno paura. Ma non possiamo permetterci di subire a lungo questa situazione». Il timore, inoltre, è anche economico. Poca gente in giro, pochi guadagni. E un locale che non lavora non riesce a trovare la forza di alzare la serranda tutti i giorni con serenità: «Ieri alle 22.30 la strada era deserta, sembrava gennaio. Abbiamo dovuto anticipare la chiusura. Con la stagione turistica alle porte è un segnale gravissimo». «Abbiamo investito sui giovani, assunto personale per l’estate per formarli». Il tutto con il timore che «il trend si inverta e che i clienti non vengano più, spinti dalla paura. A cosa serve tanto personale, giovane e ben formato se non ci sono persone ai tavoli?».

Non manca un appello alle istituzioni: «Abbiamo bisogno che il Comune ci sia vicino. Noi rispettiamo le regole, anche quando è difficile spiegarle ai turisti. A volte chi arriva non capisce perché non possiamo aggiungere delle sedie all’aperto, ma noi siamo precisi e facciamo le cose come vanno fatte, rispettando la legge. Ma da soli non siamo abbastanza forti». Ecco che mercoledì «qui nel nostro locale» è prevista una riunione con i commercianti e le associazioni di categoria: «Sarà un incontro importante, dobbiamo far capire che cosa fare, come reagire e che strada percorrere. E lo faremo insieme alle istituzioni».

Il paragone è netto: «Napoli un tempo era così, non possiamo permettere che Cagliari arrivi a quel punto. Non è questa la nostra immagine». E conclude: «Questa città è una perla del Mediterraneo. Io me ne sono innamorato, come mi sono innamorato di mia moglie e della Sardegna. Ci tengo troppo, non posso vederla ridotta così».

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