Un tempo la Sardegna era abituata a due o tre temporali estremi all’anno. Oggi, a distanza di 35 anni, in alcune aree dell’Isola se ne registrano più di dieci. Siccità a parte, il clima presenta un’altra faccia sempre più evidente: le piogge brevi ma violentissime, concentrate in pochi chilometri e nell’arco di minuti, capaci di mettere sotto pressione corsi d’acqua, pendii e reti di drenaggio.

A dirlo è uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Natural Hazards and Earth System Sciences e guidato dall’Università degli Studi di Milano, con il contributo dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche e della società Ricerca sul Sistema Energetico. I ricercatori, coordinati da Francesco Cavalleri, hanno analizzato il periodo 1986-2022 attraverso un nuovo data set di rianalisi meteorologica ad alta risoluzione. I risultati mostrano un aumento significativo degli eventi estremi, soprattutto in estate e in autunno.

Se nella stagione estiva l’incremento è particolarmente evidente nelle aree prealpine tra Piemonte e Valle d’Aosta, in Lombardia e in Alto Adige — dove gli episodi sono passati da circa 10 all’anno negli anni Novanta a oltre 20 — in autunno l’aumento si concentra in alcune zone costiere della Liguria, del Mar Ionio e, come detto, della Sardegna: qui i 2-3 eventi annui tipici del passato superano oggi quota dieci. «I risultati contribuiscono alla comprensione degli effetti del cambiamento climatico sulle precipitazioni estreme in Italia», spiega Cavalleri, sottolineando come questi dati siano fondamentali per le politiche di protezione civile, la resilienza delle infrastrutture esistenti e la pianificazione di quelle future. 

(Unioneonline/v.f.)

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