Tutto comincia da una voce captata quasi per caso, in un podcast. Un minatore canta, siamo nel 1961, e le parole raccontano di una battaglia sotterranea, nel senso letterale del termine, combattuta nei pozzi di Montevecchio, una delle miniere più importanti della Sardegna del Novecento. Quella registrazione frammentaria è bastata ad Alessandro Fanari, direttore del coro Sa Cadra e’ Ucca di Marrubiu, per avviare due anni di ricerche che avrebbero portato alla riscoperta di un documento straordinario: il canto, o meglio, il mutetus, composto dai fratelli Masili di Guspini e consegnato ai minatori in occupazione al IV livello del pozzo Telle, a fine marzo 1961.

«Sentimmo quella voce in un podcast e capimmo subito che c’era qualcosa di importante da ritrovare», racconta Fanari. «Il nostro coro è specializzato nella ricerca di canti storici a tema sociale e questo era esattamente il tipo di memoria che rischiava di andare perduta per sempre». Le ricerche durarono circa due anni, fino a quando il testo completo del canto venne rintracciato all’interno del libro “La mia vita in miniera a Montevecchio” di Serafino Leo, minatore, sindacalista comunista e testimone diretto dell’occupazione, la cui memoria costituisce una fonte storica di primaria importanza per la ricostruzione delle lotte operaie nelle miniere sarde del dopoguerra.

Il contesto storico in cui nasce il mutetus è quello di una vertenza operaia lunga e logorante. Dal 1943, i lavoratori della miniera di Montevecchio erano vincolati a un accordo collettivo aziendale, il cosiddetto “pattu aziendali”, che imponeva condizioni vessatorie e che i minatori rifiutavano da anni. Alla guida della miniera c’era l’ingegnere Filippo Minghetti, figura autoritaria che gli operai avevano ribattezzato con un soprannome eloquente: il duce di Montevecchio.

«Quel canto era un messaggio di solidarietà calato nel buio del pozzo», spiega Fanari. «La voce di chi stava fuori, rivolta a chi resisteva sotto terra. I fratelli Masili lo composero e lo inviarono direttamente agli occupanti. È un documento umano prima ancora che musicale». L’occupazione del IV livello durò circa due settimane, fino a Pasqua del 1961. Si concluse con la vittoria dei minatori e con l’abolizione del tanto odiato “pattu”, un esito che segnò una svolta concreta nelle condizioni di lavoro di centinaia di famiglie sarde.

Oggi quel mutetus torna a risuonare grazie a Sa Cadra e’ Ucca, coro che da sempre pone al centro della propria ricerca artistica le voci degli ultimi, dei marginalizzati, di coloro che la storia ufficiale tende a dimenticare. La riscoperta si inserisce in un filone di ricerca sempre più urgente che riguarda il patrimonio immateriale legato al mondo del lavoro minerario sardo, una civiltà scomparsa nel giro di pochi decenni e della quale restano tracce sempre più labili. «Restituire questo canto alla comunità significa riconoscere una lotta che è stata reale, dolorosa e vittoriosa», conclude Fanari. «La memoria operaia è parte della nostra identità culturale. Tenerla viva è un atto politico e artistico insieme». Che a farlo siano i cantastorie di un piccolo coro di Marrubiu, nati nei bar e cresciuti nelle case degli uni e degli altri, ha qualcosa di profondamente umano.

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