Norbello, l'ex soldato Marco Ponturo: «Mi batto per ottenere lo status di vittima del dovere»
Congedato nel 2013 dopo la diagnosi di tumore al colon e dopo l’esposizione a sostanze che lui indica come possibile causa della malattia, combatte da allora la sua battaglia burocratica, con la vicenda arrivata alla Corte di Cassazione del Tribunale del lavoroPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
La sua dolorosa storia sta facendo il giro del web, generando indignazione e solidarietà. Marco Ponturo, ex soldato di Norbello, oggi 39 enne, nel 2013 venne congedato all’improvviso dopo la diagnosi di un tumore al colon, rarissimo alla sua età. Da allora combatte su due fronti: quello sanitario e quello burocratico, per ottenere il riconoscimento della "causa di servizio e dello status di vittima del dovere". La sua vicenda è ora arrivata alla Corte di Cassazione del tribunale del lavoro, dove sarà discussa a breve.
Marco non chiede compassione, ma attenzione. «Sono stato congedato come uno scarto e senza alcun riconoscimento. Non voglio pietà, solo che questa storia arrivi alle istituzioni prima dell’udienza definitiva. Nessun altro deve passare quello che sto passando io». La sua esperienza, racconta, non è isolata: altri militari hanno vissuto situazioni simili. «Mi sono arruolato nel 2007 ed ho prestato servizio a Capo Teulada e poi a Sassari come missilista. Erano anni di addestramenti duri, poligoni, missioni». E di esposizioni a sostanze che oggi lui indica come la possibile causa della malattia: «Usavamo solventi a base di benzene, nessuno ci diceva niente».
Poi arriva l’Afghanistan: «Stress altissimo, condizioni igieniche precarie. Stavi lì e facevi quello che ti dicevano. Non immaginavo che il conto sarebbe arrivato così presto. Inizia il calvario: ospedali, chemio, interventi. Ho fatto degli esami: spettrometria di massa sui miei tessuti. Il risultato è stato chiaro: intossicazione cronica da metalli pesanti. Alluminio, piombo, titanio, rutenio, torio. E hanno escluso predisposizioni ereditarie. Da dove veniva? Da quello che ho respirato e toccato per anni in divisa».
Marco presenta ricorso. La risposta è sempre la stessa: “rientra nei compiti d’istituto”. «Mi hanno detto che le attività erano normali mansioni. Che quindi non c’era nesso».
Nel 2025 arriva una svolta: il Consiglio di Stato emette una sentenza che stabilisce come, per i militari esposti a metalli pesanti, il legame con il servizio è presunto. «Vuol dire che lo Stato dovrebbe riconoscere. Invece no». Nonostante quella pronuncia, i tribunali territoriali continuano a respingere il suo caso.
«La mia causa ora è in Cassazione. È l’ultima spiaggia. Se anche lì mi diranno di no, che messaggio diamo? Che puoi dare la vita per lo Stato e lo Stato poi si volta dall’altra parte».
Marco parla con lucidità e fermezza. «Chiedo che la mia storia serva». Oggi è fitness coach, laureato in Scienze Motorie, e lavora a Sassari. «Ci sono arrivato col tempo. Nei primi anni dopo il congedo sono rimasto senza lavoro da un giorno all’altro. Mi sono indebitato per pagare le spese legali. Ho fatto stagioni da bagnino, poi nel 2020 ho iniziato nel fitness. Altre persone si sarebbero abbattute. Io invece mi sono ricostruito da zero, ho sconfitto il male. Sono un uomo libero e non voglio soldi, ma solo giustizia dal ministero della difesa».
Serafino Corrias
