Liste uniche nelle elezioni comunali: quando una comunità smette di contendersi il proprio futuro
La riflessione di Emilio Chessa, già sindaco di Santu Lussurgiu: «Preoccupante segnale di disimpegno civico»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Emilio Chessa, già sindaco di Santu Lussurgiu, sul preoccupante fenomeno della carenza di liste contrapposte alle elezioni comunali nei paesi della Sardegna.
Per contribuire al dibattito: redazioneweb@unionesarda.it
***
Caro Direttore,
domenica 7 e lunedì 8 giugno 2026 i cittadini di 149 comuni sardi saranno chiamati a eleggere il sindaco e il consiglio comunale. In diversi di questi comuni si presenterà una sola lista.
In tanti comuni il pluralismo democratico si è espresso per decenni nella presenza di più liste: due, tre, talvolta quattro, espressione di una vitalità civica che coinvolgeva persone, idee e interi pezzi di comunità. Anche quando il confronto era aspro o imperfetto, produceva partecipazione, discussione pubblica e senso di appartenenza. Quando una comunità riesce a esprimere una sola lista, non siamo di fronte a una semplice semplificazione del confronto elettorale, ma a un segnale preoccupante di disimpegno civico, difficilmente riconducibile a una normale dinamica democratica.
La sociologia politica ha da tempo evidenziato un progressivo ritiro dei cittadini dalla vita collettiva, accompagnato da un indebolimento delle reti di partecipazione. Le forme della democrazia restano, ma la partecipazione si assottiglia e cresce la percezione di incidere poco nelle scelte pubbliche. Anche a livello locale gli spazi di confronto tendono a restringersi, rendendo più difficile l’emergere di alternative. Quando viene meno la convinzione che l’azione collettiva possa fare la differenza, l’impegno pubblico si interrompe. E quando una comunità perde narrazioni condivise, luoghi e pratiche capaci di generare senso civico, perde anche la capacità di immaginarsi diversa.
In Sardegna questi processi sono amplificati dallo spopolamento e dalla crescente complessità amministrativa. Le amministrazioni uscenti, spesso molto attive nel promuovere sagre, eventi enogastronomici e momenti conviviali, non sempre riescono a creare le condizioni per una partecipazione attiva e per il ricambio. Come se bastasse riempire le piazze per tenere viva una comunità, dimenticando che, senza confronto e visione, anche la festa, alla lunga, resta senza voce.
In questo quadro, non si può evitare una domanda: cosa è stato costruito, negli anni, per alimentare fiducia nelle istituzioni e dare senso all’impegno civico? Quali spazi, quali occasioni, quali percorsi sono stati messi in campo perché i cittadini potessero partecipare e riconoscersi in una dimensione collettiva.
Anche laddove non sono mancati sforzi per promuovere la cultura, valorizzare il patrimonio etnografico e sostenere le produzioni locali — spesso grazie all’impegno di realtà e istituzioni culturali autonome presenti nei territori — è venuta meno una regia pubblica capace di tenere insieme queste energie dentro una visione condivisa, orientata a rafforzare il confronto democratico e la dimensione collettiva. In assenza di progetti visionari e di attrattori strategici capaci di generare sviluppo e rendere i territori competitivi, si finisce per alimentare una sorta di nebbia civica: una diffusa convinzione che impegnarsi sia inutile e che la partecipazione non produca effetti reali.
Le comunità dispongono di una ricchezza di energie: giovani capaci, adulti con esperienza e competenze professionali diffuse. Ciò che spesso manca è uno spazio in cui queste energie possano riconoscersi e trasformarsi in progetto collettivo. A chi possiede strumenti culturali e competenze non può bastare comprendere: è necessario partecipare. Ci si può ritirare di fronte alla complessità del presente, ma questo ritrarsi, che può apparire una difesa, finisce per impoverire la vita collettiva. Una comunità ha bisogno delle sue intelligenze non solo per interpretare il mondo, ma per contribuire a cambiarlo.
Eppure amministrare una comunità è un’esperienza umana intensa e rara: significa entrare nei problemi reali delle persone, riconoscere fragilità e risorse e trasformare una visione in scelte concrete. È anche questo patrimonio che rischiamo di smarrire.
Va riconosciuto il merito a chi si candida: in questo contesto è un gesto di responsabilità che merita rispetto. Ma la democrazia locale vive di confronto. La lista unica priva i cittadini della possibilità di scegliere tra idee diverse e il consiglio di quella voce critica che garantisce equilibrio e controllo.
Emilio Chessa*
*già sindaco di Santu Lussurgiu
