Pensava che la laurea con 110 e lode in Biologia più il 'privilegio' del bacio accademico concesso solo ai migliori gli avrebbero potuto spalancare le porte di una carriera brillante. Quanto meno di un lavoro degno dei sacrifici fatti, con l'aiuto della famiglia, per conseguire il titolo di dottore. Invece no. Quante porte sbattute in faccia ha visto, Roberto Medda: forse proprio per questo ha scelto di lasciare un mondo in cui la crisi è capace di spegnere ogni speranza e parlare di meritocrazia sembra quasi una bestemmia.

Una corda stretta attorno al collo, legata a un albero di un cortile privato ma abbandonato in fondo al viale del parco delle Rimembranze, a Iglesias, poco distante dal cimitero: se n'è andato così, a 43 anni, lasciando nella disperazione il papà Pietro, la mamma Giovanna, le due sorelle e tutti quelli che gli volevano bene. Gli ultimi diciannove anni li aveva trascorsi a cercare un lavoro tanto desiderato ma mai trovato.

Era stato lui stesso, in due interviste rilasciate a L'Unione Sarda nel 2004 e nel 2007, a raccontare il suo dramma, lo sconforto del "non sapere cosa fare, fino alla cancellazione della parola 'laurea' dal curriculum. Un espediente dagli effetti insperati: nel 1997 arriva il primo lavoro come bracciante agricolo. Contratti di tre mesi in tre mesi, poi di nuovo il nulla.

FUNERALI - Oggi il padre, la madre e le due sorelle, assieme agli altri parenti e amici gli daranno l'ultimo saluto: il funerale sarà celebrato alle 16 nella chiesa di Valverde.
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