Udienza penale davanti al Gup di Tempio a febbraio dell’anno prossimo e prime richieste di risarcimento (rigettate dal giudice civile). Approda in Tribunale il caso del cantiere olbiese Nautica Acqua, distrutto da un incendio il 22 aprile del 2025. I capannoni dell’azienda, a Cala Saccaia, furono cancellati dalle fiamme insieme a quaranta imbarcazioni (yacht e motoscafi di lusso). I pm di Tempio hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio del fascicolo aperto su uno dei disastri più gravi della storia della nautica da diporto in Italia. 

I destinatari principali della richiesta di rinvio a giudizio sono Stefano Gaias, amministratore di Nautica Acqua, difeso dagli avvocati Stefano Oggiano ed Ernesto Monteverde, Federico Azara, legale rappresentante dell’azienda nautica degli yacht Maori e Oberdan Chimenti, amministratore di fatto della stessa azienda, difesi dagli avvocati Sebastiano Giaquinto, Giampaolo Murrighile, Giuseppe Farris e Carlo Di Casola.

La contestazione è quella di incendio colposo, dovuto anche secondo la Procura di Tempio dalla presunta mancata osservanza di misure di sicurezza (presunte carenze e violazioni della normativa antincendio). Per quanto riguarda l’azienda Maori, è chiamata in causa in quanto costruttrice dello yacht dal quale sarebbero partite le fiamme. Va detto che i consulenti della Procura hanno comunque escluso “difetti di costruzione dell’imbarcazione della Maori”. 

Vip e società internazionali di charter nautico (assistite dagli avvocati Giovanni Azzena, Nino Vargiu, e Mariano Mameli) sono le parti lese indicate nell’ultimo atto delle indagini sul disastroso incendio del cantiere nautico di Olbia. Tra i danneggiati, Mikasa Luxury Management, che ha perso cinque imbarcazioni, la maltese Dolphin 05 Malta Ltd, il commissario della Figc, Giovanni Malagò e Tommaso Cavalli, figlio di Roberto Cavalli. Il Tribunale di Tempio ha respinto le prime richieste di risarcimento, complessivamente si parla di danni che ammontano a centinaia di milioni di euro. 

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