Assenza di autorizzazione antincendio, non funzionalità dell’impianto idrico antincendio, assenza di sistemi di rilevazione e spegnimento automatico: sono queste le presunte carenze che, secondo i consulenti della Procura di Tempio, avrebbero inciso in modo determinante a causare il disastroso rogo del cantiere Nautica Acqua a Olbia.

Si parla dell’incendio che alla fine di aprile dello scorso ha completamente distrutto i capannoni dell’azienda di Cala Saccaia e una quarantina di imbarcazioni, con danni di decine di milioni di euro.

I consulenti del pm, l’ingegnere cagliaritano, Antonio Angelo Porcu e il collega di Genova, Federico Sommella, hanno depositato le loro conclusioni. Le indagini sono a carico di cinque persone, difese dagli avvocati Stefano Oggiano, Sebastiano Giaquinto, Giuseppe Farris, Giampaolo Murrighile, Alberto Berardi e Marco Petitta. La consulenza indica il probabile innesco del rogo nell’impianto elettrico e in particolare nello staccabatterie di uno yacht che era all’interno del capannone. I periti però escludono che l’imbarcazione, uno yacht della società olbiese Maori, avesse problemi tecnici causati da vizi progettuali o di costruzione. Quindi il quadro accusatorio, stando alla consulenza, riguarda soprattutto le modalità di gestione del cantiere e le sue presunte carenze strutturali. Secondo i periti il disastro era evitabile, con l’adozione di misure tecniche. Sempre stando alla consulenza, l’intervento dei Vigili del Fuoco è stato tempestivo e corretto.  

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