Nuove ipotesi e indizi archeologici raccontano di un Medioevo della Gallura quale territorio vivo, abitato e aperto ai traffici marittimi. A riaccendere i riflettori su quei secoli è stato l’archeologo Marcello Cabriolu, presentando i risultati delle sue ricerche alla biblioteca municipale di Arzachena.

Secondo quanto emerso, nel territorio dell’antica Arzachena sarebbero esistiti non uno, ma almeno due porticcioli, con la possibile presenza di un terzo approdo. Un dato che, se confermato, cambierebbe in modo significativo la lettura storica dell’area: non più una realtà isolata e ripiegata su se stessa, ma un punto di contatto con rotte e commerci oltre il mare.

Tra gli elementi più rilevanti, l’individuazione a Capriccioli, nel cuore dell’attuale Costa Smeralda, di tracce riconducibili a un pontile medievale, documentate anche da materiale fotografico. La zona, non a caso, è la stessa in cui recentemente sono state rinvenute circa 30.000 monete, un ritrovamento che rafforza l’ipotesi di un’area frequentata e attraversata da traffici. A confermare la presenza di attività marittime contribuiscono anche le fonti storiche. In una carta pisana del 1290, mostrata tempo fa da Mario Sotgiu, presidente dell’associazione La scatola nel tempo, compare infatti il nome di Porto Cervo. Il possibile scalo di Capriccioli si aggiungerebbe a quello già individuato a Cannigione, citato in una pergamena del 1324 che menziona il “port de la mar d’Arseghen”. Un quadro che, pezzo dopo pezzo, restituisce l’immagine di una costa tutt’altro che marginale. Ma le novità non finiscono qui. Nei pressi delle attuali Saline, in un’area indicata un tempo col toponimo di Porto Palmas, Cabriolu avrebbe individuato i resti di un insediamento sorto sui ruderi di un’antica chiesa. Un elemento che apre a nuove ipotesi: nelle vicinanze potrebbe essere esistito un ulteriore punto di approdo lungo la costa.

Il lavoro dell’archeologo Cabriolu si basa su un approccio integrato: analisi digitale, studio di documenti e carte storiche, osservazione del paesaggio sia dall’alto sia sul campo, e lettura delle tracce archeologiche, spesso minime ma significative. Un percorso di ricerca che contribuisce a colmare i vuoti di conoscenza e a restituire al Medioevo gallurese una dimensione più dinamica e articolata rispetto a quanto ritenuto in passato.

 

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