Una morte archiviata come suicidio. Un giovane di 25 anni di Quartu (oggi ne avrebbe 32) trovato impiccato a un palo in un cantiere di Piazza IV novembre il 16 marzo 2007. La dinamica della morte però risulta “sospetta”. Troppi dubbi, troppe incongruenze. A distanza di qualche anno vengono sentite tutte le persone coinvolte a vario titolo e viene nuovamente visionato il rapporto redatto dopo i primi rilievi, poi le foto. Dopo 3 anni viene riaperto il caso: non più suicidio ma omicidio. Si procede contro ignoti. Siamo nel 2010 ma da allora, sulla vicenda che ha portato alla morte di Francesco Silanus è calato il silenzio. Gabriella Lobina rispetta il motivo, “le indagini sono in corso”, spiega, ma a 7 anni dalla morte del figlio ogni giorno in più che passa è come una pugnalata al cuore.

LE RICHIESTE DELLA FAMIGLIA - “Abbiamo chiesto, con il nostro avvocato Anna Maria Busia, la riesumazione della salma perché non è mai stata fatta l’autopsia ma è passato un altro anno e neppure su quel fronte si è mosso nulla”, spiega. “Vorrei sapere cosa è successo l'alba del 16 marzo 2007; come è possibile che mio figlio abbia fatto un gran volo ma avesse gli occhiali da vista e il capellino perfetto in testa; perché nessuno ha tenuto conto delle incongruenze nonostante le testimonianze di chi ha fatto i rilievi?”. A trovare il corpo di Francesco fu un operatore ecologico. Lo vide penzoloni, legato a un palo con una fune, con i piedi che quasi toccavano terra.

"L’IMPICCATO CHE SEMBRAVA FELICE" – Era il titolo dell’articolo firmato da Andrea Manunza e pubblicato da L’Unione Sarda il 9 febbraio del 2010. Si dava conto della riapertura delle indagini. Si raccontava la storia di un ragazzo apparentemente sereno. E la mamma, nel suo racconto, lo testimonia ancora una volta. Era finito in un giro di persone poco raccomandabili, racconta la mamma, “che lo hanno accompagnato alla morte”. Francesco Silanus aveva appena preso un acconto dell’ultimo stipendio. La madre racconta di aver trovato la busta paga nascosta sotto il materasso tempo dopo. Dei soldi, invece, neppure l’ombra. Forse aveva saldato un debito, o forse lo doveva ancora fare.

Trattiene a stento le lacrime, Gabriella, quando dice che la faceva dannare “per le cattive frequentazioni” ma che la sua mente è piena di bei ricordi. “Era stato arrestato per detenzione di hashish e aveva saldato il suo debito ai domiciliari, ma nonostante questo era un ragazzo allegro, voleva ricominciare, si era fissato con la ristrutturazione di una casa che abbiamo a Mandas e che lui amava molto: parlava dei lavoretti da fare perché lavorava in una ditta che faceva isolamenti in guaina e col materiale che si sarebbe fatto dare dal suo datore di lavoro avrebbe potuto risistemarla”. Neppure dopo l’arresto “si è mai perso d’animo e mai e poi mai ha mostrato segni di insofferenza o depressione. Era costretto a rimanere a casa e giocava a carte con la sorellina di nove anni oppure guardava “Lapola”, che tanto gli piaceva, in camera". La sera prima della morte poi, continua la mamma "era stato dal barbiere per tagliare i capelli ma da una settimana era preoccupato e triste, come se sapesse che qualcuno voleva fargli del male. Era un ragazzo gentile e rispettoso, forse era troppo buono per le persone che frequentava e ha finito per rimanere fregato e pagare con la vita”. Per Gabriella Lobina restano tanti subbi e molta paura: “L’assassino di mio figlio è ancora in circolazione”.

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