«Un luogo indegno di un Paese civile». Sotto accusa non c’è il personale. Ma la struttura sì. A descrivere le condizioni del reparto di Neuropsichiatria infantile del Microcitemico di Cagliari è l’associazione Asarp (Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica), con un lungo documento inviato all'assessorato regionale alla Sanità, quindi alla presidente Alessandra Todde. Viene descritta una clinica, al quarto piano dell’ospedale di via Jenner, inadatta ad assolvere alle sue funzioni di assistenza a minorenni con problemi psichici di vari livelli. E lì confluiscono i pazienti da mezza Sardegna per i quali, spesso, non esiste un’alternativa a causa della carenza di strutture territoriali. Nonostante l’aumento della richiesta di cure.  

«Tutta la struttura è obsoleta, nonostante lo status di Ospedale pediatrico», scrive la presidente dell’Asarp, Gisella Trincas. È un reparto  senza nessuno spazio all’aperto «con ambienti inadeguati, logori e trasandati. La capienza è di 7 posti letto (non sufficienti al fabbisogno reale) ma raggiunge, in situazioni di emergenza, i 9/11 ospiti. Alcuni ricoveri sono lunghi, reiterati più volte, a causa della insufficienza di servizi territoriali per la prevenzione, la diagnosi e la presa in cura, che dovrebbero essere diffusi sul territorio regionale e aperti tutti i giorni almeno 12 ore».

Ma secondo quanto scritto dall’Asarp ciò che è veramente inaccettabile per i familiari e i pazienti, ma anche per il personale sanitario che vi opera, è lo stato in cui versa il reparto: «Si accede attraverso delle porte blindate e ci si ritrova in dei corridoi tristi, spogli, a parte pochi murales, cupi e lugubri. Pochi gli arredi, danneggiati e logori: qualche divanetto in gommapiuma, rovinati in più parti, non adeguati a tutta l’utenza costituita in maggioranza da adolescenti». Nella sala polifunzionale ci sono «tre tavoli traballanti e sette sedie. Le stanze sono vecchie e spoglie di tutto, i letti vecchi, i bagni anch’essi spogli e senza nessuna logistica igienica».

Al contesto si aggiunge la carenza di personale, che ricade sui parenti dei piccoli pazienti: «Ai genitori dei minori ricoverati viene richiesta una presenza in reparto sulle 24 ore senza che vi siano le condizioni ambientali necessarie. Le motivazioni di tale richiesta che vengono fornite ai familiari sono molteplici ma viene percepita come la soluzione più sbrigativa per sopperire alla grave carenza di personale. Carenza che si percepisce dall’assenza, soprattutto nel pomeriggio, di operatori che “circolano” nel reparto».

Quando si chiede ai familiari di riferimento di passare la notte in reparto, «viene loro fornita una poltrona logora e rattoppata, mentre per la permanenza diurna c’è un continuo spostamento di qua e di là a seconda delle situazioni che si presentano. Durante la permanenza degli adulti di riferimento, nel pomeriggio c’è pochissimo personale ma, soprattutto, non c’è nessuna attività di coinvolgimento dei minori con conseguente aumento delle crisi. Le stanze di degenza sono disadorne, vi sono solo letti vecchi e logori e il vestiario e i prodotti dei minori e degli adolescenti ricoverati sono conservati in uno sgabuzzino di un mq circa, dentro delle buste che si utilizzano per fare la spesa. Con il risultato che spesso è difficile distinguere la roba sporca da quella pulita. Esattamente come accadeva nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura per adulti dopo la chiusura dei Manicomi».

Nei bagni ci sono water e piatto doccia, in alcuni anche un bidet, «ma non c’è un punto attrezzato dove poggiare l’accappatoio per fare la doccia e altri indumenti. Nel bagno riservato ai minori e adolescenti ricoverati, accedono anche i genitori, maschi e femmine. Capita pure che un genitore maschio dorma nella stanza con la propria figlia ed un’altra paziente senza che gli adulti di riferimento di quest’ultima ne siano preventivamente informati e abbiano dato il loro consenso».

Alla richiesta di spiegazioni di qualche familiare sul mancato controllo viene risposto che gli operatori «hanno tutto sotto controllo attraverso la video sorveglianza salvo qualche caso in cui, nonostante venga tolto proprio tutto alcune cose addirittura senza alcun senso, succede che ci siano ragazzi che si tagliano, si strappano i capelli oppure ingeriscono diverse pillole sottratte alla somministrazione della terapia, evidentemente senza controllo accurato, mettendo a rischio la propria vita. A dimostrazione del fatto che il personale non può essere sostituito né dalla video sorveglianza né dalle famiglie».

I minori in Sardegna non sono solo pochi per numero complessivo (il 12,7% della popolazione regionale contro una media nazionale del 15,1%) «ma sempre più spesso si trovano a vivere in condizioni di disagio e vulnerabilità». E quando si trovano ad aver bisogno di assistenza trovano una struttura giudicata inadeguata.  Le strutture territoriali risultano sottodimensionate rispetto alla domanda: «Questo squilibrio domanda/offerta», sottolinea l’Asarp, «è confermato da segnalazioni istituzionali e dall’aumento delle liste d’attesa. Secondo il piano regionale liste d’attesa, anche per la neuropsichiatria infantile valgono le classi di priorità: U (urgente) entro le 72 ore, B (breve) entro 10 giorni, D (differibile) entro 30 giorni (visite), P (programmate) entro 120 giorni.  Questi sono i tempi massimi previsti per legge. Le evidenze disponibili indicano che si registrano ritardi molto elevati. In alcune aree della Sardegna le attese sono di mesi o anni per una prima visita in Npia». Dati certi non ce ne sono, perché  «la Sardegna non pubblica ancora in modo trasparente e uniforme i dati completi sugli accessi». 

I familiari che si rivolgono all’associazione «sono devastati da situazioni drammatiche che si protraggono da anni, sono genitori che vivono il senso di colpa di non essere stati adeguati e di essere responsabili della sofferenza dei loro figli e delle loro figlie e di conseguenza pronti a subire qualsiasi pena. E la pena da scontare si presenta sotto forma di sospensione della propria vita, mettere i propri bisogni in secondo piano, perdere il lavoro o rischiare di perderlo. Vivono con addosso un malessere e un’ansia perenne determinati anche da ambienti non accoglienti e risposte non tempestive. Per alcuni sono trascorsi anni prima dell’avvio della presa in carico. E noi sappiamo bene che per minori non presi in carico tempestivamente il rischio è la mancata ripresa (che dovrebbe essere sempre possibile), il passaggio alla salute mentale adulti e la cronicizzazione».

Enrico Fresu 

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