Un pezzo di Medio Campidano ieri sera è salito sul palco di Carloforte. Al Cine Teatro Cavallera di via Diaz 4, nell’ambito di “Approdi”, il Festival del Teatro Comunitario, è andato in scena “Eterne De-rive”, produzione di Fita Sardegna diretta da Serena Guidoni di Villaputzu. Un cast quasi tutto medio campidanese, che porta sull’isola di San Pietro le storie e le voci di un territorio dove il teatro amatoriale ha radici profonde. Delle cinque interpreti, infatti, quattro vengono da questa zona della Sardegna: Beatrice Pisano della Filodrammatica Guspinese, Martina Cruccu e Eleonora Piredda, rispettivamente di Come.Te e del Piccolo Teatro Umoristico, entrambe di San Gavino, e Fiorella Frau del Teatro delle Gocce di Terralba. A completare il gruppo c’è Chiara Perra de La Forgia di Muravera. Cinque compagnie, cinque percorsi diversi, un solo palcoscenico.

Lo spettacolo nasce per iniziativa del comitato regionale della Federazione Italiana Teatro e delle Arti della Sardegna, guidato dal presidente Angelo Lisci che, dopo “Anime di Passaggio” e “I soli in una stanza”, ha promosso anche quest’anno due opere, una in lingua sarda e una in italiano, con attrici e attori di varie compagnie iscritte alla Federazione. “Eterne De-rive” è quella in lingua italiana, e il suo cammino è cominciato sabato 4 luglio, sotto la guida di Guidoni, affiancata da Davide Spano e Anna Carta. Il metodo scelto è tutt’altro che scontato. Le attrici hanno prima imparato a conoscersi e a prendere confidenza con emozioni, voce e corpo. Il copione è arrivato solo dopo, al termine di una fase fatta di sperimentazione, gioco, armonia e anche scontro. Ne è uscito un lavoro che affronta temi profondi e solidi, nato dall’incontro tra donne che, pur condividendo la stessa passione, arrivavano da realtà diverse. A firmare il testo è una delle interpreti, Martina Cruccu, che ne spiega la genesi: «Tutto ciò che è stato scritto è il riflesso di una profonda commistione: la storia che si vuole raccontare e tutto ciò che esce alle prove, le identità di ognuna, il naturale sconvolgimento emotivo dei personaggi, ognuno mantenendo la sua identità nella ricerca della sua identità artistica, entrando negli spazi vuoti delle altre. Tutto ha portato alla naturalezza del testo e della recitazione, recitando nella verità».

Un testo, dunque, scritto a partire dal lavoro in sala prove e dalle persone che lo abitano. Ed è proprio sull’incontro tra sensibilità diverse che si sofferma la regista. «Mettere insieme attrici che vengono da compagnie diverse significa confrontarsi con approcci e metodi recitativi differenti», spiega Guidoni. «La regia deve accogliere le diverse sensibilità e, allo stesso tempo, trovare un’uniformità all’interno del progetto. Il lavoro fatto precedentemente da ciascuna attrice deve rappresentare una base di partenza, ma poi è necessario costruire qualcosa di nuovo insieme». Il laboratorio è servito a questo: «Ognuna ha la propria identità recitativa e culturale, legata anche al modo in cui la sua compagnia si approccia al teatro. Il lavoro laboratoriale è servito proprio a valorizzare le singole identità artistiche e, allo stesso tempo, a trovare un filo conduttore comune». Il percorso, continua la regista, è stato molto particolare, perché «già dal primo giorno le attrici, che in gran parte non avevano avuto modo di lavorare insieme, sono riuscite ad avvicinarsi, a condividere esperienze e a creare un rapporto. Pur avendo personalità e percorsi completamente diversi, questa diversità non si è percepita come una distanza: si è creata un’unione, con un obiettivo comune molto preciso».

Per le cinque attrici partite da paesi diversi, tutte con la stessa passione per il palcoscenico, il momento è arrivato: ieri sera il lavoro nato in sala prove tra luglio e ottobre ha incontrato finalmente il pubblico di Carloforte. E per un festival che si chiama “Approdi”, è stata l’occasione di accogliere uno spettacolo che porta sul palco la voce di tante comunità, unite da una sola scena. 

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