Non è stata una pietra tombale. Non c’è alcun de profundis, almeno per ora, sulla fusione degli aeroporti sardi, una privatizzazione abbracciata convintamente dall’asse Pd-M5S. Ma quell’emendamento della stessa Giunta che l’altro ieri ha frenato lo stanziamento di 30 milioni, per fare arrivare la Regione al 9,25% nella futura holding della gestione unica, manda all’aria la firma degli «accordi vincolanti» con F2i Ligantia e la Camera di commercio di Cagliari e Oristano (Cciaa), gestore dello scalo Mameli del capoluogo, l’unico rimasto nell’Isola in mano pubblica e destinato a finire sotto il controllo del fondo. Questo secondo i piani di Todde e alleati, contestati anche dall’ex presidente del Consiglio regionale, Michele Pais.

Bisogna tornare indietro all’8 giugno per capire gli effetti della decisione a sorpresa voluta dall’Esecutivo sardo. Quel giorno di due mesi fa, in una seduta del Consiglio comunale di Cagliari dedicata alla fusione degli aeroporti, era intervenuta l’assessora regionale ai Trasporti, Barbara Manca.

È in quell’occasione che si era saputo di un Piano della Giunta «in dieci fasi: siamo tra il punto due e il tre, per arrivare alla firma degli accordi vincolanti», aveva detto Manca. Ovvero, un Term sheet definitivo, con l’ufficializzazione delle quote per ciascuna socio, di maggioranza e minoranza. Anche se non si è mai capito perché il capitale venne ripartito già a marzo, quindi ben prima che «si aggiornassero le valutazioni delle partecipazioni», come l’accordo preliminare prevede al Punto 25. L’8 giugno il passaggio mancava. Ma era ufficiale da mesi che la Regione avesse il 9,25%, la Cciaa il 40,5%, mentre F2i il 50,25%, spiegò l’assessora.

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