Regno Unito

Voto nei Comuni, Starmer rischia grosso 

Si profila una batosta per il Labour. Ma il premier esclude l’ipotesi dimissioni 

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LONDRA. Una punizione scontata da parte dell'elettorato, da misurare nei numeri per determinare la distanza fra una sconfitta più o meno pesante e una disfatta irrimediabile. È il verdetto che pende sul Partito laburista britannico di governo - e potenzialmente sulla leadership del premier Keir Starmer - dopo una giornata di votazioni amministrative che ha coinvolto circa metà della popolazione del Regno Unito.

La posta in palio

Tecnicamente si è trattato di una vasta tornata locale per il rinnovo di amministrazioni varie tra Scozia e Galles (nazioni in cui si rinnovano anche le assemblee legislative) e una parte dell'Inghilterra. Ma è anche una cruciale sfida dal valore nazionale: il test di gran lunga più importante per l'isola dalle elezioni politiche del luglio 2024 che suggellarono il ritorno al potere a Downing Street del Labour, dopo quasi tre lustri di governi conservatori. Una vittoria apparsa allora foriera di solide prospettive di stabilità, già logorate a meno di due anni di distanza: tanto più sulla scorta delle indicazioni sui primi scrutini locali, in attesa dei risultati definitivi previsti per oggi.

La partita si gioca in un campo ormai molto più largo rispetto al tendenziale bipartitismo britannico Tory-Labour del passato. Con l'ascesa nei sondaggi di forze più radicali sia a destra (i trumpiani anti-immigrazione di Reform Uk, capeggiati da Nigel Farage), sia a sinistra (i Verdi affidatisi alla nuova leadership pacifista, socialista e pro-pal, oltre che ambientalista, di Zack Polanski): forze opposte, sebbene entrambe bollate dai rivali come populiste. Per il moderato Starmer, e la sua immagine oscillante e poco carismatica, la resa dei conti cade in un momento quanto mai difficile, segnato da una crisi di consensi, dai problemi economici interni, dagli effetti di guerre e terremoti geopolitici. Nonché dallo scandalo della sciagurata nomina ad ambasciatore negli Usa del chiacchieratissimo ex ministro Peter Mandelson, imposta in barba ai notori legami col defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein.

Basso profilo

Minacciato dall'ombra d'una debacle storica, nel peggiore degli scenari, sir Keir si è di fatto eclissato durante la campagna elettorale dati i suoi attuali livelli record d'impopolarità personale. Ha tuttavia lanciato un appello a scegliere «l'unità contro la divisione, il progresso e il buon senso contro la rabbia e il populismo». Mentre i suoi residui fedelissimi hanno provato a rintuzzate le cosiddette “estreme” accusando Reform di «razzismo» e incompetenza o denunciando «l'antisemitismo» filo-palestinese attribuito ad alcuni militanti Verdi (unico partito ad avere peraltro al momento un leader ebreo).

Il primo ministro ha insistito inoltre nel tracciare un solco fra voto amministrativo e politica nazionale, chiarendo di non avere intenzione di dimettersi in nessun caso. Anche se all'interno del Labour si parla da settimane di possibili sfide alla leadership starmeriana, più o meno ravvicinate a seconda della portata del responso odierno delle urne. Responso che riguarda i seggi di 5.066 consiglieri in 136 consigli locali inglesi, tra cui i 32 municipi circoscrizionali di Londra, dove i laburisti potrebbero finire addirittura dimezzati.

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