Washington. L’azzardo in Virginia ha pagato e i dem guardano ora con ottimismo alle elezioni di Midterm. Mentre, al contrario, diventa sempre più in salita la strada in vista del voto di novembre per il Donald Trump e le sue ambizioni di mantenere il controllo repubblicano al Senato e alla Camera, di fronte al gradimento popolare del presidente ai minimi storici sotto il peso della guerra all’Iran. Anche il via libera al referendum sulla ridefinizione dei distretti elettorali della Virginia (51,6% di Sì contro 48,4% di No) è maturato a dispetto dell’ultimo appello lanciato da Trump, che adesso grida ai brogli: «Per tutto il giorno i repubblicani sono stati in vantaggio; l’entusiasmo era incredibile, finché, proprio alla fine - guarda caso - non c’è stato un massiccio “afflusso di schede per corrispondenza”! Dove l’ho già sentita questa storia? E così i Democratici hanno strappato un’altra vittoria disonesta!».
Svolta
L’importanza dell’esito sta nei numeri: lo Stato ha alla Camera dei Rappresentanti sei deputati democratici e 5 repubblicani, ma la nuova definizione dei distretti dà ai dem la maggioranza schiacciante di 10 a 1, e quindi il potenziale per la conquista di quattro nuovi seggi al voto di Midterm. Oggi il Grand Old Party controlla la Camera con 218 seggi contro 213. «Grazie per averci mostrato cosa significa difendere la nostra democrazia e reagire», ha festeggiato sui social l’ex presidente Barack Obama. «Ciò che conta di più è che gli elettori della Virginia abbiano votato e approvato il referendum. Tutto è iniziato quando Trump ha detto di aver diritto ai seggi al Congresso, e la legislatura del Texas ha risposto ridefinendo i distretti elettorali senza coinvolgere la cittadinanza», ha commentato soddisfatta la governatrice dem dello Stato, Abigail Spanberger, eletta lo scorso anno con oltre il 70% dei voti.
Il precedente
I repubblicani parlano di una «sfacciata appropriazione di potere», affermando che lo stretto scarto dei voti tra i due fronti, pari a quasi 100mila voti, «conferma che la Virginia è uno stato “purple”, conteso da repubblicani e democratici», tale da non meritare «un gerrymandering (la manipolazione dei distretti elettoriali, ndr) così spinto». E i tribunali «dovrebbero annullare la nuova mappatura». Gli oppositori della riforma hanno impugnato sia la formulazione del quesito referendario, sia le tempistiche e le procedure seguite per la ridistribuzione dei distretti. E la Corte Suprema della Virginia sta valutando se la legislatura abbia violato le norme procedurali vigenti. Il punto è che la Virginia è solo l’ultimo caso di gerrymandering: una proposta referendaria, voluta dal governatore dem della California Gavin Newsom, è stata approvata con facilità nel 2025, spostando a sinistra cinque distretti in mano ai repubblicani e neutralizzando un’analoga mossa strategica del Texas che, con la benedizione di Trump, aveva innescato la scorsa estate l’attuale battaglia nazionale per i distretti elettorali ridisegnati. E anche Missouri e Carolina del Nord hanno seguito l’esempio per sottrarre un seggio ciascuno ai democratici.
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