Che volesse fare la costumista, Stefania Grilli lo ha deciso fin da fanciulla, perché inventare i costumi per una storia cinematografica le è apparsa da subito una sfida irresistibile. Tanto più se, come per “Last Words“ di Jonathan Nossiter, una distopia sull’apocalisse climatica in concorso a Cannes nel 2020, ha dovuto inventare capi originali, come «quando, da bambina, confezioni un abito da principessa con buste di plastica».
Nel corso della lectio, che terrà oggi alle 17 a Cagliari, nell’Ex Regio Museo, Grilli spiegherà il ruolo dell’abbigliamento nella creazione delle storie per immagini. E, naturalmente, porterà la sua quasi trentennale esperienza nel cinema e a teatro (dopo la laurea all’Accademia delle Belle Arti di Bologna), con i registi Salvatore Mereu, Paolo Zucca, Edoardo Winspear, Enrico Pau, Mario Piredda, Paolo Pisano, Simone Contu, e vari altri.
Per l’appuntamento dei Dialoghi di archeologia, architettura, arte e paesaggio, organizzati dai Musei Nazionali e curati da Maria Antonietta Mongiu e Francesco Muscolino, con la costumista cagliaritana ci sarà Antioco Floris, ordinario di Cinema e Immagine dell’Università di Cagliari. L’incontro rientra nel progetto “Plissé Semper Plissé”, l'esposizione ospitata nella Cittadella dei Musei, in cui le creazioni tessili per il cinema, il teatro, l’alta moda, dialogano con le collezioni museali. Un percorso storico-artistico che valorizza il ruolo dei costumisti.
In un film, il vestito è al servizio della storia, oppure, come l’illustrazione per il testo letterario, ha una sua autonomia?
«Nel cinema il costume serve il racconto e la visione del regista. Prima ancora di disegnare un abito, noi studiamo il personaggio, la sua psicologia, il suo ambiente e il contesto in cui si muove. Gli abiti devono raccontare chi è quella persona e contribuire a rendere credibile il suo mondo».
Chi orienta davvero le scelte: il regista, lo sceneggiatore, oppure la storia?
«Il punto di riferimento è quasi sempre il regista, insieme alla storia. Il lavoro prende forma nel confronto con lui, che guida la costruzione visiva dei personaggi. In alcuni casi intervengono anche lo sceneggiatore o la produzione, rendendo il processo più complesso. In ogni caso, il costumista non è un artista solitario: il suo lavoro nasce da un dialogo continuo con il resto della squadra creativa».
C'è un momento nella lavorazione di un film in cui capisce che i costumi stanno davvero facendo funzionare la narrazione?
«C’è un momento, ma arriva piuttosto tardi, spesso a ridosso delle riprese. È quando la maggior parte dei costumi è pronta, sono state fatte le prove con gli attori e l’insieme comincia a funzionare. Se l’idea generale regge e i personaggi prendono forma attraverso gli abiti, allora si capisce che la direzione è quella giusta».
Quanto è vincolante la cultura di un luogo, come per esempio la Sardegna, e quanto si può liberamente rivisitarla?
«Questo aspetto dipende soprattutto dalle vicende che si vogliono raccontare e dalle scelte del regista. Se il film richiede una ricostruzione storica rigorosa, il lavoro del costumista deve attenersi il più possibile alla realtà. Nei film ambientati nell’isola, per esempio, la ricerca tende spesso a restare fedele al vero, utilizzando quando possibile capi originali o materiali d’epoca per restituire autenticità ai personaggi».
Quando si fa un cinema radicato nel territorio, il rischio è il folclore. Come lo si evita?
«È essenziale svolgere una ricerca storica accurata. Studiando immagini, documenti e contesti reali si scopre che gli stereotipi sono lontani dalla realtà. In alcuni casi, se un elemento tradizionale rischia di risultare artificioso, la scelta è quella di eliminarlo. Il più delle volte si procede per sottrazione: l’obiettivo è essere autentici».
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