La guerra

Usa-Iran, nuovi raid e alta tensione 

Trump: «Ci trattano da cretini». Il Papa: la guerra non è da cristiani 

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Washington. La tregua fra Iran e Stati Uniti è già quasi una scatola vuota. Dopo aver annunciato per l’ennesima volta l’imminenza di un accordo, Donald Trump ha deciso di alzare il tiro con nuovi potenti attacchi. E nel Golfo Persico sono tornati a soffiare venti di guerra, con una petroliera colpita da un missile Usa al largo dell’Oman che ha surriscaldato il clima anche tra Washington e New Delhi: 21 marinai indiani sono stati tratti in salvo e almeno 3 risultano dispersi, con il governo Modi che ha convocato il rappresentante diplomatico americano. L’Iran «sta perdendo tempo, da loro solo chiacchiere, e ora dovrà pagarne il prezzo», ha minacciato il commander-in-chief dopo una notte di fuoco incrociato, dicendosi pronto a «ordinare nuovi attacchi contro le centrali elettriche e i ponti iraniani». Non più, dunque, solo raid «difensivi e proporzionati» come quelli di rappresaglia per l’abbattimento di un elicottero Apache. «Li abbiamo colpiti duramente, e li stiamo colpendo ancora», ha detto il presidente Usa. Mentre dall’altra parte dell’Atlantico Papa Leone, a Barcellona, alla Sagrada Familia, ha richiamato la necessità della pace: «Non possiamo credere in Gesù e fare la guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente».

L’intesa

Trump ha comunque ribadito la sua voglia di raggiungere un’intesa che, afferma, «è fatta e va solo firmata». La diplomazia dunque continua a lavorare per cercare di spezzare l’impasse nelle trattative. L’amministrazione segue la strada della massima pressione per costringere Teheran a cedere e firmare un accordo. Per accelerare i colloqui i negoziatori del Qatar sono volati a Teheran nel tentativo di colmare le divergenze rimanenti e raggiungere l’intesa. Le tre ondate di attacchi americani in risposta all’elicottero abbattuto ad Hormuz, infatti, hanno spinto l’Iran a rispondere con raid verso alcune basi americane nella regione - in Barhein e in Giordania - lasciando temere il peggio e riaccendendo la paura di una guerra prolungata e che si allarghi a macchia d’olio. «Ci riserviamo il diritto all’autodifesa e alla legittima rappresaglia contro gli attacchi», ha avvertito il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dopo aver esortato i Paesi della regione a negare l’uso delle proprie infrastrutture a Usa e Israele. Le rappresaglie reciproche rendono la situazione estremamente volatile. E a chiedere a gran voce una de-escalation sono la Russia e la Cina: «È necessario mantenere la calma e adottare misure concrete per allentare e raffreddare le tensioni», ammonisce Pechino.

Bibi non si ricandida?

Donald Trump l’ha buttata lì en passant, quasi di sfuggita, rispondendo a una domanda del corrispondente di Abc a Washington Jonathan Karl che gli chiedeva se Benyamin Netanyahu si ricandiderà alle elezioni del prossimo autunno. «Non lo so, ha avuto una carriera straordinaria. Vuole continuare? Perché, sapete, è un primo ministro in tempo di guerra. Molto presto vinceremo la guerra in un modo o nell’altro... va bene così», ha detto. La replica del partito di Netanyahu, il Likud, è arrivata via social. «Il primo ministro si candiderà alle prossime elezioni e, a Dio piacendo, vincerà».

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