Foto per certificare il proprio voto, urla in Aula e poi passeggiate sconsolate in cortile per la maggioranza e volti soddisfatti nelle opposizioni. Per un giorno (ieri) alla Camera si è sentito profumo di prima Repubblica e le lancette sembravano essere tornate indietro. Aria tesa sull’esame della legge elettorale.
La discussione sulla legge elettorale è cominciata alle 14, con l a discussione sulle modifiche al testo. Lavori al via spediti, ma subito il clima si è infiammato con le votazioni sulle preferenze, volute dal partito di Giorgia Meloni, il cuore della riforma. In particolare, a scaldare gli animi è stato l’intervento della vannacciana Laura Ravetto che ha chiesto di eliminare l’alternanza di genere sulla scheda. Secca la risposta della capogruppo dem Chiara Braga: «Non tutte abbiamo cambiato partito per un seggio assicurato». Frase che raccoglie gli applausi delle opposizioni (Elly Schlein si alza per prima a battere le mani) e segni di assenso anche dai banchi della Lega, l’ex partito di Ravetto. Verso le 18,30 si decide sulle preferenze con l’emendamento Bignami, capogruppo di FdI alla Camera. Dai banchi dei Fratelli d’Italia e di Futuro nazionale compaiono dei telefoni per registrare il voto, probabilmente per testimoniare la fedeltà alla linea di partito. Ma alla conta da parte del vicepresidente di Montecitorio, Fabio Rampelli, anche lui FdI, ecco la sorpresa: «Favorevoli 187, contrari 188, la Camera respinge». Dai banchi delle opposizioni partono gli applausi e le grida «di-mis-sioni», «e-le-zio-ni». È bagarre. Il centrodestra è andato sotto. Meloni affossata da trenta franchi tiratori.
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