Mancano i giovani, non ci sono le competenze che servono alle imprese, e il quadro demografico è in continuo peggioramento. Un mix esplosivo, che sta mettendo a rischio la tenuta del sistema occupazionale e in prospettiva (ma neanche tanto in là) quello previdenziale.
Il crollo
La Sardegna è terra di vecchi, negli ultimi dieci anni la popolazione in età compresa tra i 15 e 34 anni è diminuita di circa 60mila persone, oltre il 17% del totale (siamo secondi in Italia dopo la Calabria). Significa che pian piano perdiamo la linfa vitale della società, scompaiono le forze e le energie per guardare al futuro con un briciolo di ottimismo. E entro il 2029 si calcola che 80mila anime si ritireranno dalla vita attiva, e dovranno essere sostituite in qualche modo.
Ma già adesso ci sono enormi difficoltà in diversi comparti produttivi, si stima (lo fanno le associazioni di categoria) che all’appello manchino oltre 74mila persone, Confindustria, nella sua analisi di luglio, avverte che nell’Isola c’è bisogno di almeno 1.900 profili specifici.
Le imprese
«Le imprese sarde segnalano con sempre maggiore frequenza la difficoltà di individuare profili coerenti con le proprie esigenze operative e di sviluppo», sottolinea il direttore generale di Confindustria Andrea Porcu. «Non si trovano profili connessi ai contesti caratterizzati da rapidi cambiamenti tecnologici e organizzativi, ma sono carenti, se non in “estinzione” anche quelli di settori tradizionali imprescindibili, come la lavorazione del legno, l’edilizia, l’idraulica».
Prosegue: «Il drammatico calo demografico, unito alla condizione di insularità che taglia fuori la nostra regione dai flussi di potenziali nuovi cittadini lavoratori extracomunitari, avrà forti impatti anche nel mercato dell’offerta di lavoro che sarà sempre più disallineata dalla domanda. Siamo fortemente preoccupati. Stiamo collaborando a iniziative con le scuole e le università, ma sulla carenza di forza lavoro saranno fondamentali anche i progetti che stiamo sviluppando per la formazione e la qualificazione di lavoratori extracomunitari. Non tutti sanno che la straordinaria crescita economica e industriale della Spagna in tutti i settori, dal turismo al manifatturiero, è stata possibile solo grazie alla rilevante presenza di lavoratori qualificati provenienti da Paesi Extra Ue. Serve una politica strutturata che metta insieme iniziative di formazione, servizi residenziali di Staff Housing e una maggiore cultura dell’accoglienza».
I territori
Tornando alla scomparsa dei futuri lavoratori, la provincia del Sud Sardegna ha la maglia nera a livello nazionale: in dieci anni il calo è stato del 24% (-17.905); al secondo posto c’è Oristano (-22,7%); Nuoro è al nono (-18); ma anche Sassari e Cagliari sono nella parte alta della lista.
La segretaria generale della Uil Fulvia Murru va dritta al cuore del problema: «Quando un territorio perde i propri giovani, perde la propria forza lavoro, la capacità di innovare, di produrre ricchezza e di garantire il ricambio generazionale. È una dinamica che rischia di compromettere il futuro economico e sociale dell'Isola. I dati sono allarmanti, anche perché ci sono invece regioni, come Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, Veneto, dove la popolazione giovanile è cresciuta, dunque, il problema non è soltanto la diminuzione della nascite. I giovani continuano a spostarsi dove trovano salari migliori, servizi efficienti e opportunità di crescita. La Sardegna continua a perdere capitale umano e competenze sulle quali ha investito risorse pubbliche e familiari. La Uil Sardegna propone l'apertura di una grande Vertenza Giovani, con la sottoscrizione di un Patto generazionale per il lavoro tra Regione, parti sociali, università, sistema della formazione, autonomie locali e imprese».
La sfida
Spiega Mauro Carta, presidente Acli: «Nell’ultimo Rapporto Mete abbiamo evidenziato come la Sardegna registri da anni uno dei tassi di fecondità più bassi d'Europa e una costante perdita di popolazione. La contrazione della popolazione attiva deriva quindi da un duplice fenomeno: un numero crescente di lavoratori raggiunge l'età pensionabile senza essere sostituito; molti giovani lasciano l'Isola per motivi di studio o di lavoro, riducendo ulteriormente il bacino di forza lavoro disponibile. Questa dinamica è particolarmente accentuata nelle aree interne, dove lo spopolamento determina un progressivo indebolimento del tessuto economico e sociale.La sfida centrale consiste nel costruire un nuovo equilibrio tra generazioni, trattenendo i giovani, favorendone il rientro, sostenendo le famiglie, attraendo nuovi residenti e valorizzando il contributo dei cittadini stranieri integrati nel tessuto economico e sociale. La risposta non può essere affidata a singoli interventi, deve tradursi in un programma pluriennale di sviluppo regionale nel quale politiche del lavoro e familiari, innovazione, integrazione e coesione territoriale siano parti di una strategia unitaria».
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