Teheran. «Insulti al profeta». È questo il capo d’imputazione costato in Iran la condanna a morte a Najmeh Amini, una ragazza di 23 anni. Colpevole, secondo un tribunale di Mashhad, di aver scritto un post social considerato blasfemo, e quindi punibile con il massimo castigo contemplato nella Repubblica Islamica. Il caso, per il quale non sarebbe ancora stata tuttavia emessa una sentenza definitiva, è stato denunciato da attivisti per i diritti umani. La storia di Amini viene ricostruita da ong attive dall’estero, come Iran Human Rights e Hengaw. La giovane, una studentessa di economia, era stata arrestata tra fine gennaio e inizio febbraio scorsi, sempre a Mashhad. Erano i giorni in cui Teheran lanciava una massiccia operazione repressiva dei moti di protesta scattati a fine 2025, durati diverse settimane e soffocati nel sangue. Finita nel mirino della Fata, la polizia informatica iraniana, Amini è rimasta da allora in carcere. L’accusa principale inizialmente, secondo il giornale Khorashan, era di aver proferito «insulti estremamente volgari e offensivi nei confronti degli imam». Lo scorso 7 ottobre, la stessa testata ha dato conto della decisione di condannare a morte la ragazza, dopo un processo tenutosi nel Primo tribunale penale della provincia del Razavi Khorasan.
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