Il conflitto

«Un richiamo alle regole in nome della sovranità» 

L’esperto di relazioni internazionali: momento molto delicato per il Governo 

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Di nuovo Sigonella, di nuovo un “no” all’alleato più potente. «Non è una rottura radicale come quella di 41 anni fa», spiega Nicola Melis, docente dell’Università di Cagliari ed esperto di relazioni internazionali, ed è anche un modo per dare «un colpo al cerchio e uno alla botte», ma non va sottovalutato: «In un momento in cui sembra stia saltando tutta una serie di livelli formali nei rapporti fra Stati, e in cui le regole vengono disattese, il no del ministro Crosetto all’uso della base per i bombardieri Usa è un richiamo al rispetto delle clausole di un trattato bilaterale. Di questi tempi, non è poco».

Di quale trattato parliamo?

«Degli accordi del 1954. Come ha detto giustamente Crosetto, dettano prescrizioni precise: la base può essere usata dagli Usa ma per impieghi ordinari, non per operazioni di guerra. Soprattutto di una guerra non inquadrata in un contesto di legalità internazionale, con Usa e Israele nel ruolo degli aggressori».

Perché proprio ora?

«Da un lato alcuni parlamentari del M5s hanno rilevato nella base di Sigonella movimenti di droni statunitensi verso l’Iran che fuoriuscivano dai limiti imposti degli accordi. Dall’altro l’esito del referendum è stato letto come una reazione alla politica estera del Governo: il comportamento di Trump non dà molta popolarità agli Usa a livello internazionale».

Perché parla di cerchio e di botte?

«Il Governo vuole mantenere ottimi rapporti con gli Stati Uniti ma ha bisogno di mostrare a un’opinione pubblica di malumore che non c’è sudditanza: non intende compromettere i rapporti con Trump, come fece invece Craxi nel 1985 con Reagan, e tuttavia ha ribadito la sovranità italiana e sottolineato che per un impiego della base per scopi bellici occorrono una richiesta formale e un confronto preventivo, mentre qua l’autorizzazione è stata richiesta quando i bombardieri erano già in volo. Il ministro Crosetto ha dichiarato che ogni operazione non coperta dai trattati dev’essere sottoposta al confronto politico, in piena trasparenza, quindi deve essere discussa in Parlamento».

Hanno contato gli esempi di Francia e Spagna?

«Sì. Non a caso la stampa spagnola ha accolto con grande entusiasmo la decisione: l’Italia poi si è affrettata a getta acqua sul fuoco, non vuole essere vista né come allineata alla Spagna né come ultima ruota del carro. Per tradizione il nostro Paese tende ad adeguarsi al contesto internazionale, e spesso risulta ondivago».

Domenica il Governo ha usato toni insolitamente duri nei confronti di Israele dopo che a monsignor Pizzaballa è stato vietato l’accesso al Santo Sepolcro.

«L’Italia ospita la Santa Sede, e il ministro Tajani non poteva stare a guardare, visti gli scricchiolii nel Governo. Certo la reazione è arrivata dopo decine di migliaia di morti sui quali l’opinione pubblica italiana si è mostrata un po’ addormentata: poi è bastata una messa impedita per suscitare lo sdegno. Questo è un momento molto complicato per il Governo, sia sul fronte interno sia su quello esterno, perciò assistiamo a questi equilibrismi».

I soldati della Brigata Sassari sono in Libano con la missione Unifil. L’altro giorno sono morti tre caschi blu indonesiani.

«Quella missione è l’espressione di un’Onu completamente spogliata di qualunque capacità di agire: una forza composta di caschi blu di varie nazionalità che si trova sotto attacco da parte dell’ Israel defence force , dove il termine defence (difesa) suona grottesco, visti i danni mortali inflitti al contingente internazionale».

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