L’analisi.

Un nuovo assunto su 4 è straniero 

Dal 2017 al 2025 i dipendenti immigrati in Italia sono aumentati del 139% 

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Cresce a ritmo sostenuto la presenza di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro italiano. Nel 2025 le assunzioni previste di immigrati sfiorano quota 1 milione 360mila, pari al 23% del totale: in pratica, un nuovo assunto su quattro non è italiano. Rispetto al 2017, gli ingressi nel mercato del lavoro degli immigrati come dipendenti sono aumentati del 139%, in Sardegna sono aumentati di 2.520 unità (da 11.170 a 13.690), del 22,6%.

I numeri

Lo studio è della Cgia di Mestre. L’incidenza varia molto a seconda dei settori. In agricoltura quasi la metà delle nuove assunzioni riguarda stranieri (42,9%). Quote elevate anche nel tessile-abbigliamento-calzature (41,8%) e nelle costruzioni (33,6%), mentre pulizie e trasporti si attestano al 26,7%.

Guardando ai numeri assoluti, la ristorazione guida la classifica con 231.380 ingressi tra cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti, addetti alle pulizie e camerieri. Seguono i servizi di pulizia con 137.330 lavoratori e l’agricoltura con 105.540.

Insomma, i lavoratori stranieri non sono più una presenza marginale o temporanea ma una parte stabile e indispensabile del nostro mercato del lavoro. Secondo una elaborazione effettuata dalla Fondazione Leone Moressa, i lavoratori dipendenti extracomunitari presenti in Italia sono poco meno di 2,2 milioni, e le regioni dove l’incidenza percentuale sul totale lavoratori dipendenti è più elevata sono l’Emilia Romagna (17,4%), la Toscana e la Lombardia (entrambe con il 16,6).

L’equilibrio

I dati mostrano chiaramente che il contributo degli stranieri è fondamentale per l’equilibrio demografico, produttivo e previdenziale del Paese. Il primo nodo è demografico. L’Italia invecchia rapidamente e nascono sempre meno bambini. Questo significa meno persone in età da lavoro e più pensionati da sostenere. I lavoratori stranieri aiutano a colmare questo vuoto, ampliando la forza lavoro e rendendo più sostenibile il sistema economico e il welfare.

C’è poi la questione dei settori produttivi. Molti stranieri lavorano in ambiti dove scarseggia la manodopera italiana: agricoltura, edilizia, logistica, assistenza domestica e cura degli anziani. In molte zone del Paese, queste attività andrebbero in difficoltà senza di loro. Non si tratta quindi di una sostituzione dei lavoratori italiani, ma di una presenza che copre posti che spesso resterebbero scoperti.

I conti

Un altro aspetto poco discusso riguarda i conti pubblici. I lavoratori stranieri pagano tasse e contributi come tutti, ma essendo mediamente più giovani usufruiscono meno di pensioni e prestazioni. Il risultato è un saldo positivo: versano più di quanto ricevono, contribuendo a sostenere il sistema previdenziale, in termini di liquidità disponibile.

Infine, c’è il tema dell’iniziativa economica – prosegue la Cgia – crescono le imprese avviate da cittadini immigrati, che creano occupazione e spesso aiutano a rivitalizzare quartieri e territori in difficoltà. Nel complesso, non sono un’aggiunta accessoria, ma una componente essenziale dell’economia italiana. Investire in integrazione, regolarizzazione e formazione non è solo una scelta sociale: è una necessità economica per il futuro del Paese.

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