Alcune nel 2026 compiono vent’anni, altre hanno alle spalle persino più tempo. Sono le grandi incompiute di Iglesias, edifici diventati ormai parte del paesaggio urbano: strutture imponenti, grigie o colorate, rimaste a metà tra cantieri abbandonati, fallimenti e aste giudiziarie. Costruzioni che il tempo e l’incuria hanno trasformato in presenze ingombranti e che continuano a interrogare cittadini sul loro destino. Ad oggi si sa che molte di questi immobili sono in mano al giudice fallimentare e che, almeno due di esse, ricadrebbero anche nel nuovo Piano urbanistico comunale nella zona G, destinata a servizi di interesse generale.
La lista nera
Tra le strutture più evidenti c’è quella di via Ada Negri, nata con l’idea di ospitare un centro commerciale e oggi segnata da anni di abbandono. L’edificio ricade in zona G, ma «i centri commerciali possono sorgere solo in zona D», chiarisce l’assessora all’Urbanistica Giorgiana Cherchi. «Nelle zone G invece ci sono le piccole attività di vicinato». Per eventuali nuovi interventi, dunque, non sarà sufficiente acquistare l’immobile: servirà una nuova procedura edilizia e urbanistica.
Un altro gigante è il cosiddetto “Grigio”, la struttura che si trova sopra via Fadda, Anche questo immobile ricade in zona G e, come gli altri casi esaminati dal Comune, è legato a vicende proprietarie complesse.
Ci sono poi le due strutture situate nella zona di Funtana Marzu, una in via Carlo Alberto dalla Chiesa e l’altra in via Paul Harris, anch’esse coinvolte nel tempo in vicende fallimentari e procedure d’asta. Entrambe ricadono in zona C, circostanza che rende più complesso il loro eventuale recupero. Il motivo è il rispetto degli standard urbanistici previsti dalla lottizzazione, che comprendono servizi, aree verdi, urbanizzazioni e residenze.
Attesa
Il futuro, quindi, dipenderà dai singoli immobili e dalle loro specifiche condizioni urbanistiche. Il nuovo Puc, che deve ancora arrivare all’approvazione definitiva, non rappresenterà una soluzione automatica, ma potrà aprire nuovi margini di intervento. «Una volta che il Puc è definito si può andare assolutamente in variante per cambiare alcune cose», spiega Cherchi. «È uno strumento in divenire, che cambia».
La richiesta dovrà però partire dal privato e passare prima dal vaglio tecnico: «Sarà il privato a mettere in campo le situazioni specifiche, a fare le richieste. C’è sempre la possibilità, in base alle regole tecniche, di capire e vedere cosa si può fare per non bloccare comunque lo sviluppo della città». Per le grandi incompiute di Iglesias, quindi, dopo vent’anni la partita resta ancora aperta.
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