Monastir.

Un bisturi per ferirsi, caos all’Hotspot 

Violenza nel Centro migranti: ogni giorno una rissa o un gesto di autolesionismo 

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Fino a 800 persone stipate nell’hotspot di Monastir e quasi una rissa al giorno. Tra i migranti volano insulti e botte, litigi che non di rado tracimano in episodi gravi. Anche di autolesionismo, come ieri. Un cittadino di nazionalità algerina è entrato nell’infermeria per rubare, è stato scoperto, si è barricato nel bagno, ha cominciato a tagliarsi con un bisturi e ha proseguito nel comportamento anche una volta uscito dalla stanza. Soccorso, è stato portato all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari.

Un episodio «grave, che evidenzia ancora una volta la necessità di elevare i livelli di sicurezza della struttura», il commento di Flavio Tuzi, segretario nazionale di Anip Italia sicura, tra i protagonisti pochi giorni fa di un sopralluogo nel complesso che ospita gli extracomunitari. Una visita cui hanno presenziato anche esponenti del Consiglio regionale, i quali hanno potuto vedere la situazione interna: materassi piazzati all’estero sui quali dormire in questa stagione calda ma inservibili in inverno; macerie di ogni tipo e rifiuti ovunque, anche dentro i locali; cespugli e vegetazione utili a consentire di scavalcare la recinzione e uscire senza problemi; un caseggiato vicino utilizzato come dormitorio nel quale entra chiunque.

Ipotesi

Per Tuzi «dagli edifici del Centro di accoglienza straordinaria», dove arrivano i migranti che chiedono protezione internazionale, è «facile raggiungere l’area antistante l’hotspot, presidiata dalle forze di Polizia. Una potenziale vulnerabilità per gli operatori impegnati nel servizio di vigilanza e controllo», quindi ci dovrebbe essere «una separazione fisica effettiva tra le due strutture con cancelli, recinzioni, barriere o altri sistemi idonei a impedire il passaggio diretto e non autorizzato tra i due blocchi».

Magari col «supporto di personale militare» e «la vigilanza all’ingresso del Centro nell’arco delle 24 ore» che consentano il «controllo e l’identificazione di chiunque acceda al Centro» per evitare «l’ingresso a soggetti estranei» e «l’irreparabile».

I furti

Anche perché in questi giorni si è scoperto che proprio in quel centro finisco molti telefonini rubati. Cellulari prelevati spesso da borse lasciate incustodite (magari al Poetto). I proprietari però tracciano il percorso seguito dallo smartphone e risalgono alla sua posizione: l’hotspot di Monastir.

Gli episodi

Almeno una decina gli episodi segnalati nelle ultime due settimane, una stima per difetto. Quando la vittima si accorge del furto, chiama le forze dell’ordine e la richiesta viene girata all’Arma, competente per territorio. Che però ha pochi strumenti per intervenire, perché la gran parte degli uomini è demandata ad altri compiti e comunque entrare in quel centro è impossibile: due o tre divise in mezzo a centinaia di migranti. Senza considerare che il segnale del telefonino copre un raggio di circa dieci metri e quindi sarebbe in ogni caso compito improbo trovare quello giusto.

In attesa

Così capita che i legittimi proprietari provino a fare da sé e attendano che il ladro esca da lì portandosi dietro il telefono. È capitato di recente anche a una coppia di turisti tedeschi, vittima di un furto e arrivata in quella zona periferica del paese nella speranza di incrociare il ladro. Qualcuno le ha fatto notare che non era prudente stare lì.

Le auto

Non solo. I militari hanno anche capito come gli extracomunitari si spostano: con auto rubate. Una FIat Panda, scomparsa il 27 agosto, è stata trovata sabato scorso vicina al depuratore di Monastir; una Fiat 600, prelevata il 17 agosto, spesso ferma durante la notte mentre di mattina spariva, è stata recuperata domenica a ridosso del centro di accoglienza. Entrambe sarebbero state usate dai migranti per andare in città e poi rientrare.

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