Pechino. Due formule, “tre T” e “cinque B”, per riassumere le priorità di Xi Jinping e Donald Trump, atterrato a Pechino con la delegazione di 17 super Ceo di Wall Street, lo sperato grimaldello della diplomazia tra Iran e Taiwan. I due leader, al loro settimo faccia a faccia, si avviano a testare nella Grande sala del popolo, su Piazza Tienanmen, i rispettivi rapporti di forza sull’ampio spettro di dossier che spaziano dal commercio alla tecnologia e all’AI, oltre ai complessi temi geopolitici.
L’amministrazione americana è in Cina schierando la potenza di fuoco delle “cinque B”, rigorosamente economiche, basate sugli impegni cinesi ad acquistare carne e semi di soia (beef e beans, per rispondere alle richieste della base elettorale del tycoon), sugli ordini per la Boeing (alcune voci parlano di commesse mandarine in arrivo per centinaia di aerei) e sul lancio, al fine di esplorare aree di collaborazione, di un Board on Investments e di un Board of Trade, che diventerebbe una camera di discussione sui dazi. Secondo alcune voci circolate al Congresso, ci sarebbero le promesse per mille miliardi di investimenti cinesi negli Usa: un’ipotesi che ha creato allarme bipartisan e, soprattutto, le ire delle fronde del mondo Maga più conservatrici e nazionaliste.
Pechino, invece, risponde con un’altra formula, le “tre T: tariffe, tecnologia e Taiwan, come la chiave del successo della stabilità non solo delle relazioni bilaterali, ma anche a livello globale. Si tratta della estensione della tregua nella guerra commerciale, siglata nell’incontro di fine ottobre 2025, a margine dell’Apec in Corea del Sud, nonché degli auspici di minori controlli nell’export hi-tech, a partire dai microchip di Nvidia, vitali per Pechino. E poi Taiwan, l’obiettivo più ambizioso di Xi. Il leader mandarino più potente da Mao Zedong ha definito Taipei parte «sacra» e «inalienabile» della Cina, destinata alla riunificazione. Xi ha bisogno che il tycoon accetti la frenata della vendita di armi americane all’isola e il cambio della postura Usa: da «difesa dello status quo e non sostegno all’indipendenza» di Taiwan a «opposizione all’indipendenza». In fondo, è il dossier su cui pendono le maggiori incertezze, visto il netto sostegno bipartisan all’isola democratica da parte del Congresso americano.
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