Washington. La sconfitta alle elezioni di metà mandato apre una fase di tensione alla Casa Bianca e nel Partito repubblicano. Con Donald Trump che nella nottata italiana passa al contrattacco: «Le nostre elezioni sono così truccate, non avete idea», dichiara il presidente americano dallo Studio Ovale riferendosi, pare, al voto a Los Angeles e in Alaska.
Ma a Washington sono giorni di caos vero. Il primo a finire nel mirino è il segretario alla Difesa Pete Hegseth, contestato per la gestione della guerra in Iran e sempre più esposto alle richieste di impeachment dei democratici. Trump però lo difende: «Ho intenzione di mantenerlo al suo posto». Una presa di posizione che non cancella le divisioni interne al Pentagono dove, secondo il Washington Post, si moltiplicano le voci critiche anche nei confronti del capo dello Stato maggiore congiunto Dan Caine e del comandante dello Us Central Command Brad Cooper.
Pantano Medio Oriente
A dare voce al malessere repubblicano è soprattutto il vicepresidente JD Vance, che individua nella guerra contro Teheran una delle cause della débâcle elettorale e chiede un'analisi «onesta» delle scelte compiute. Per ricostruire il partito, indica quattro priorità: porre fine al conflitto, contrastare il costo della vita e l'inflazione, recuperare lo spirito originario dell'America First e rivedere i rapporti con Israele. Una presa di distanza che gli vale le accuse di opportunismo da parte del democratico Abdul El-Sayed, secondo cui avrebbe dovuto contestare la guerra prima che iniziasse.
Rubio potrebbe lasciare
La resa dei conti coinvolge anche altri possibili protagonisti della corsa presidenziale del 2028. Il governatore della Florida Ron DeSantis chiede cambiamenti significativi, sostenendo che molti elettori repubblicani sono rimasti a casa per la mancanza di risultati concreti. Il senatore texano Ted Cruz definisce quella delle midterm una sconfitta di proporzioni paragonabili al Watergate. Anche Marco Rubio, segretario di Stato finora rimasto defilato, starebbe valutando le dimissioni per prendere le distanze dall'amministrazione e preservare le proprie ambizioni presidenziali. Gli oppositori interni di Trump, tra cui l'ex senatore Mitt Romney, leggono il risultato come una rivincita contro le scelte e lo stile politico del presidente.
1.500 miliardi alla Difesa
Intanto Trump prepara la controffensiva istituzionale. Prima che il nuovo Congresso a maggioranza democratica si insedi il 3 gennaio 2027, la Casa Bianca vuole sfruttare ogni spazio per consolidare l’agenda presidenziale. In primo piano il finanziamento della difesa: il presidente punta a una spesa record di 1.500 miliardi di dollari, ma le resistenze anche nel suo partito potrebbero portare a un compromesso da circa 100 miliardi di finanziamenti straordinari. Sul fronte dell’immigrazione, dei dazi e delle nomine giudiziarie, l’amministrazione studia il ricorso ai poteri presidenziali e agli ordini esecutivi per aggirare il futuro Congresso democratico. Resta aperta la partita della Corte Suprema: Trump vorrebbe poter sostituire uno dei giudici conservatori prima che il nuovo Senato gli tolga la possibilità di far confermare nuove nomine.
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