Usa alle urne.

Trump agita lo spettro del caos: «Riconoscerò l’esito del Midterm solo se saranno elezioni oneste» 

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WASHINGTON. A una settimana dalle elezioni di Midterm, Donald Trump compie un’altra delle sue giravolte. Da una parte prova a prendere le distanze dal voto di metà mandato, che rischia di trasformarsi in una pesante disfatta per i repubblicani, dall’altra avverte che se non giudicherà corrette le elezioni potrebbe non riconoscerne il risultato. Cioè lo scenario più temuto dagli esperti, che potrebbe gettare gli Stati Uniti di nuovo nel caos.

«Abbiamo fatto il giro, abbiamo girato in lungo e in largo», ha dichiarato il presidente durante un comizio a Corinth, in Mississippi, il suo27esimo in un intenso tour di due settimane che lo ha portato in tutto il Paese. Il tycoon ha riconosciuto che tradizionalmente il partito del presidente «non ottiene buoni risultati» alle elezioni di metà mandato. In effetti il Midterm ha arriso alla Casa Bianca solo tre volte negli ultimi novant’anni: nel 1934 con Franklin D. Roosevelt, durante il New Deal e la Grande Depressione; nel 1998 con Bill Clinton, con il tentativo di impeachment che si rivelò un boomerang per i repubblicani; nel 2002 con George W. Bush, sull’onda dell’altissimo patriottismo post Undici Settembre. Ma poi Trump ha poi che «nessuno ha mai fatto campagna elettorale come me per le elezioni di metà mandato». In Mississippi il presidente è tornato a parlare della guerra contro l’Iran, proprio mentre il mondo si chiede se gli attacchi riprenderanno dopo le elezioni in Israele e quelle di martedì prossimo negli Usa. «Avevamo stabilito una sorta di tregua, che però non mi è mai piaciuta più di tanto», ha detto parlando del cessate il fuoco raggiunto con Teheran a giugno, ma naufragato rapidamente. «L’Iran non avrà mai l’arma nucleare», ha poi ribadito. Quanto all’esito del Midterm il presidente, parlando con i giornalisti prima di partire per il Texas, ha dichiarato che rispetterà i risultati «solo se saranno elezioni oneste e corrette». Ma ha aggiunto che, qualora i democratici dovessero ottenere la maggioranza al Congresso, «troverà un modo per collaborare con loro», pur ricordando di disporre del potere di veto presidenziale. L’affermazione di Trump ricalca la strategia politica che ha adottato dall’inizio della campagna elettorale. Da mesi gli analisti prevedono che, in caso di sconfitta, l’amministrazione e i repubblicani contesteranno i conteggi formali in stati e contee chiave come l’Alaska, dove è già stata avviata una causa preventiva, o Washington, dove è stato chiesto il ritiro di 400 schede, mentre lo stesso ordine in California è stato respinto per ora da una corte d’appello. E il dipartimento di Giustizia ha già ricevuto da Trump l’ordine di inviare circa mille osservatori ai seggi, mossa interpretata dai critici come uno strumento di pressione. C’è poi lo scenario più inquietante, quello di una sollevazione della base Maga, come avvenne il 6 gennaio del 2021 con l’assalto a Capitol Hill. Ma anche se la Casa Bianca decidesse di non bloccare legalmente o, peggio, fisicamente, l’insediamento del nuovo Congresso, la retorica del «voto truccato» verrebbe mantenuta per alime ntare la base elettorale, con una conseguente radicalizzazione dello scontro politico in vista delle scadenze successive.

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