Venezuela.

Trentini in tv: «Mai botte, ma tante torture psicologiche» 

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I giorni nell’assoluta immobilità su una sedia e in silenzio, gli aguzzini con il volto coperto, quattro ore di esame alla macchina della verità e violenze psicologiche nel carcere di Rodeo a Caracas, in Venezuela. Questo, per oltre un anno: per la precisione, 423 giorni.

Si è raccontato ieri sera in tv Alberto Trentini, il cooperante veneziano arrestato dal regime di Nicolas Maduro liberato nei giorni scorsi come tanti altri detenuti “politici” nell’inferno delle carcere venezuelane, e rilasciato solo dopo l’arresto di Maduro da parte delle forze speciali statunitensi. A “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, sul Nove, Trentini ha confidato l’orrore che ha dovuto vivere per lungo tempo senza aver commesso alcun crimine. Il direttore del carcere non aveva cercato grandi pretesti: «Siete pedine di scambio», aveva detto all’inizio della detenzione, «si rivolgeva a me e ad altri due detenuti. Ci siamo resi conto che non c'era stata la convalida dell'arresto e che tantissimi stranieri, eravamo 92, erano messi negli stessi padiglioni e tutti avevano delle storie simili: molti erano stati presi in transito addirittura nell'aeroporto di Caracas. A me hanno preso in una zona vicino alla Colombia, in un posto di blocco fisso».

Due giorni dopo l’arresto, Trentini è stato portato in una casa di Caracas e interrogato per quattro ore dal controspionaggio con la macchina della verità. «A Rodeo ho cambiato molte celle, tutte due metri per quattro con un bagno alla turca che faceva anche da piatto doccia. È stata durissima. L’acqua per doccia e latrina arrivava due volte al giorno», ha raccontato, «mai alla stessa ora. Giocavo a scacchi con una scacchiera e le pedine fatte con carta igienica, sapone e acqua, quelle nere un po' colorite col caffè».

Nessuna violenza fisica, ma tante psicologiche: «Sapevamo che giorno era perché tenevamo il conto sul muro. Mi sono un po’ tranquillizzato dopo sei mesi, quando ho potuto telefonare ai miei genitori. Poi una seconda telefonata a luglio». Del prelevamento di Maduro da parte delle forze Usa ha saputo in ritardo, «ma quel giorno abbiamo capito che era successo qualcosa».

Prima del carcere, Trentini è stato nella sede del controspionaggio e ha fatto l’esperienza della “vasca”: per dieci giorni è stato fermo e seduto dalle 6 alle 21. E tra detenuti non si poteva parlare.

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