Milano. È stato un malore e non una distrazione dovuta al cellulare che, al momento dello schianto, non ha toccato. Ne è convinta la difesa del tranviere che lo scorso 27 febbraio era alla guida del Tramlink deragliato in via Vittorio Veneto e finito contro un palazzo. Un incidente in cui sono morte due persone, mentre una cinquantina sono rimaste ferite e per il quale ora il dipendente di Atm è indagato per disastro ferroviario, omicidio e lesioni colposi.
Ieri a Milano il conducente ha deciso di non rispondere alle domande delle pm Elisa Calanducci e Corinna Carrara. «Al momento dell'impatto posso escludere che fosse al telefono», ha affermato uno dei suoi legali. «Sta ancora male, non riesce a ricordare cosa è accaduto dopo l'incidente. Non è riuscito a spiegare anche a noi se ha fatto qualche altra chiamata», oltre al messaggio inviato alla famiglia. «Se le ha fatte, era così in stato di choc che non se lo ricorda. È stato questo che ci ha determinato a non rendere l'interrogatorio».
Il tranviere ha un “buco” di memoria: «Ricorda bene il prima, ma non il dopo», dicono i legali. E proprio per ricostruire la dinamica e capire se si sia trattato di un errore umano o un guasto tecnico, sarà molto importante l'esame della scatola nera che avverrà mediante accertamento irripetibile, eventualmente allargando il campo degli indagati.
RIPRODUZIONE RISERVATA
Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati
Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.
• Accedi agli articoli premium
• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi
