Un giallo sotto l’ombrellone.

Tonno, uova sode, pollo, salame i tramezzini di Rocco Schiavone 

Nove nuove indagini (ognuna con la sua ricetta) per il vicequestore 

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I tramezzini sono sempre stati la grande passione di Rocco Schiavone. Gli piacciono farciti in molti modi e abbondanti di tutto: tonno e carciofi, spinaci e mozzarella, insalata di pollo, uova sode e salame, rucola e bresaola, grana, mozzarella e pomodoro per finire in gloria con salmone, avocado e maionese.

Antonio Manzini, sceneggiatore, attore, regista e soprattutto scrittore, passando per la gola del grintoso vice questore di polizia in servizio ad Aosta, che in tv ha il viso dell’attore Marco Giallini, ha riunito in “I tramezzini di Rocco Schiavone” (Sellerio, 368 pp. 16 euro - sedicesimo tomo della serie,) 9 racconti con tanto di ricette che sono altrettanti brevi ma avvincenti romanzi gialli tuffati nel noir e parenti stretti del thriller. È una scorpacciata di storie che ci fa entrare anche nel mondo di Schiavone sin da quando ragazzo e poi adolescente con i tre amici del cuore, Furio, Brizio e Seba, girava per la capitale con molti sogni e tante speranze. Ai ricordi del passato, Manzini con un sapiente lavoro di sovrapposizione, alterna il Rocco vicequestore nel pieno delle sue funzioni.

Manzini, il tramezzino è un alimento di culto per lei visto che lo propone in nove varianti tutte appetitose come le storie che racconta?

«Più per Rocco che per me. Lui è fissato con i tramezzini: io ne posso fare a meno, Rocco no. Per tutti quelli che vivono molto per strada e poco a casa, il tramezzino è una salvezza, almeno a Roma, meno a Torino anche se è lì che lo hanno inventato. È un modo di mangiare rapido e non troppo costoso. Ha accompagnato per tanti anni Rocco, che ricorda sempre le madeleine, dei tramezzini enormi e pesanti, non certo leggeri come biscottini».

Qual è il suo rapporto con il racconto?

«Ho un rapporto totale con il racconto. È un genere a me parecchio caro e lo frequento molto. Ho scritto tantissimi racconti con Rocco protagonista. Poi ho scritto anche un libro per ragazzi che in realtà sono dei racconti che fanno parte di un diario. Mi piace molto leggerli e scriverli. È come un disegno a china difficilissimo da realizzare. Con pochi tratti devi creare una storia, una psicologia. Il romanzo è più un affresco, è difficilissimo, ma per certi versi può risultare più semplice di un racconto. Mi hanno anche dato il “Premio Chiara”, e mi ha fatto un piacere enorme perché è un premio riservato ai racconti, che per me sono una forma letteraria meravigliosa. I miei libri preferiti sono i racconti di Cecov e Maupassant».

Nel racconto “Club Sandwich” Rocco incontra per caso Furio e Brizio - hanno da poco concluso un affarone non proprio lecito -, e li promuove poliziotti per una emergenza. Un camionista croato è trovato morto nella cabina del tir e scattano le indagini in un ambito ristretto di sospettati. Il rancore tiene sempre accesa la fiamma della vendetta?

«Purtroppo, in certe occasioni, siamo tutti uguali nel volere vendetta. È difficile spegnere questa fede. Il problema è non cadere nella trappola della rivalsa a tutti i costi, anche se questo dipende dal grado di coinvolgimento in cui si è nella situazione negativa. Purtroppo la vendetta è una delle prime soluzioni che l’essere umano mette in pratica quando ha subito un’ingiustizia. E finché non viene placata, la vendetta, per tanta gente, resta un’assoluta necessità».

Il perdono potrebbe essere una soluzione?

«No, le due cose non collimano per niente. Il perdono non deve essere una forzatura. Si perdona dopo un ragionamento, uno scarto intellettuale - non solo spirituale -, sul perché il perdono deve avere una sua coerenza e una sua forza. Ma il sentimento selvaggio e primordiale dell’uomo è la vendetta. E deve attuarla».

Rocco Schiavone è un vincente nel lavoro e un perdente nella vita?

«L’adolescenza di Rocco è stata povera. Difficoltà, privazioni e frequentare l’università per lui non è stata così semplice come per le persone abbienti. I soldi non c’erano e ha dovuto sempre arrangiarsi. La sua è stata un’adolescenza da strada con tutti gli alti e bassi perché in tutte le cose che ha fatto c’erano molti pericoli. Per questo, forse, nella vita è un uomo depresso, non ha più voglia di costruire nulla, né di slanci verso il futuro. Il suo lavoro lo fa bene non per un’etica professionale, ma perché non vuole essere preso in giro. Se facesse il medico anziché il poliziotto, probabilmente sarebbe la stessa cosa. Non lo farebbe per il giuramento di Ippocrate ma perché sarebbe l’unica cosa che gli è rimasta da fare».

La sconcerta l’escalation dei conflitti che si stanno combattendo?

«Mi sconcerta in modo assoluto anche perché guardo alla storia. La seconda guerra mondiale è stata molto complessa, ma la combattevano gli eserciti anche se ci andavano spesso di mezzo i civili. Queste guerre nuove, e parlo di quella americana-iraniana e quella Russia- Ucraina, non sono basate sullo scontro degli eserciti. Sono fatte di droni e bombardamenti indefessi dove i civili sono i primi a pagare, e questo lo trovo allucinante. Nella guerra all’Iran si parla di 12 soldati americani morti, ma in Iran sono morti migliaia di civili. Non parlo della guerra di Israele, perché quella non è una guerra: è altro. Ed è agghiacciante».

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