Maldive.

«Temevamo di non trovare più i corpi» 

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Malé. La scarsa visibilità dovuta ai sedimenti corallini, i dubbi sull'attrezzatura adeguata e le grotte marine dell'atollo di Vaavu, che potrebbero essersi inaspettatamente rivelati un labirinto dagli anfratti angusti. Sulla strage dei sub alle Maldive, si fa sempre più probabile l'ipotesi che lo scorso 14 maggio i cinque italiani, mentre erano in profondità, possano aver finito l'ossigeno a disposizione nelle bombole mentre cercavano disperatamente una via di uscita. Congetture che prendono corpo dalle testimonianze del super gruppo di tre sommozzatori finlandesi, che in questi giorni sono riusciti a completare le attività di recupero dei corpi. Nelle prossime ore le salme delle quattro vittime arriveranno in Italia in vista dell'autopsia lunedì mentre gli investigatori sono alle prese con le testimonianze dei docenti dell'ateneo di Genova.

Alle Maldive il rescue team di Dan Europe ha terminato la missione e il capo della squadra, Sami Paakkarinen, racconta: «quei corpi erano tutti insieme in una porzione della grotta. Dopo la prima immersione non li trovavamo e temevamo che non fossero più lì», spiega ricordando che la grotta «è molto profonda, 60 metri, non è molto lunga, circa 200 metri, ma è molto impegnativa». L'altra speleosub che era con lui, Jenni Westerlund, sottolinea che «in questi casi spesso conta l'errore umano». Gli esperti non si sbilanciano sulle cause di quanto accaduto agli italiani, rimasti intrappolati in un anfratto della grotta. Ma non si può escludere che possano essersi persi, non essendo riusciti ad imboccare il corridoio per tornare dalla seconda alla prima camera, quella aperta all'esterno. Ed hanno finito l'aria nelle bombole, da 12 litri, adatte ad immersioni ricreative.

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