La storia.

Suor Giuseppina Demuro, la “Giusta tra le Nazioni” 

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Il 22 ottobre 1965 – più di sessant’anni fa -, moriva a Torino suor Giuseppina Demuro, Figlia della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, protagonista silenziosa della resistenza umanitaria durante la Seconda guerra mondiale.

Nata a Lanusei il 2 novembre 1903, sarda trapiantata nel capoluogo piemontese, dal 1926 al 1965 prestò servizio nel carcere torinese delle Nuove, dove per quarant’anni assistette detenuti e detenute, salvando numerosi ebrei dalla deportazione nazifascista. Il 3 dicembre 2024 lo Yad Vashem di Gerusalemme l’ha riconosciuta “Giusta tra le Nazioni”, consegnando il riconoscimento al Museo delle Carceri Nuove, luogo simbolo della sua opera.

Dal 1942 superiora della comunità di suore, suor Giuseppina agì nel cuore di uno dei luoghi più duri della repressione: celle sovraffollate, fame, torture, deportazioni verso i campi di sterminio o fucilazioni per rappresaglia. Riuscì a entrare nel braccio tedesco, vietato a tutti, portando conforto, cibo e indumenti, e organizzò un’infermeria clandestina. Durante il Natale 1944 trasformò il carcere in un luogo di speranza, con celebrazioni e gesti che restarono impressi nei testimoni.

Tra le azioni più note, il salvataggio del piccolo Massimo Foa, fatto uscire dal carcere tra le lenzuola sporche e affidato a una famiglia amica, mentre il padre moriva nella “marcia della morte” e la madre sopravviveva ad Auschwitz e Bergen-Belsen. Salvò anche i coniugi Zargani-Tedeschi, simulando una malattia per favorirne il trasferimento e la fuga. Fu instancabile nei contatti con il Comitato di liberazione nazionale, i comandi partigiani e il cardinale Maurilio Fossati, arrivando a telefonare di notte alle autorità fasciste per evitare esecuzioni sommarie.

Nel aprile 1945, mentre Torino era attraversata dagli scontri, ottenne la scarcerazione collettiva dei detenuti politici e, sventolando una bandiera della Croce Rossa, accompagnò fuori dal carcere oltre 500 prigionieri. Dopo la guerra umanizzò il reparto femminile e creò un asilo nido per i figli delle detenute. Stimata trasversalmente, ricevette riconoscimenti da istituzioni cattoliche, civili e laiche. La sua vita resta un esempio di coraggio, fede e giustizia, spesa interamente dalla parte degli ultimi.

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