Il caso.

Sulla strada del monte Kailash strage di pellegrini 

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New Delhi. Sono almeno 288 i cittadini indiani dispersi dopo l’inondazione che ha devastato le zone di confine tra il Nepal e il Tibet. Decine di loro erano diretti al Monte Kailash, la montagna sacra per quattro religioni che con i suoi oltre 6.600 metri di altezza e la sua cima innevata domina le valli del Tibet occidentale. Sono tanti i pellegrini che ogni anno visitano il Kailash e il vicino lago Manasarovar. Per gli induisti, il monte della regione himalayana è la dimora del dio Shiva e della dea Parvati. I buddisti tibetani, ma a volte anche gli induisti, lo identificano con il Monte Meru, chiamato anche Sumeru e considerato il centro dell’universo e lo associano inoltre alla figura di Demchog, una delle principali divinità tantriche meditative del buddhismo. Ma questo gigante dell’Himalaya è sacro anche per i giainisti, secondo i quali «è il luogo in cui il primo dei loro santi fondatori, Rishabha, raggiunse l’illuminazione», e per i locali fedeli Bon, che lo legano al fondatore della loro religione, Tonpa Shenrab. I pellegrini non scalano l’altissima vetta del Monte Kailash, ma girano attorno alla montagna in un lungo percorso purificatore chiamato "kora" che si snoda per più di 50 chilometri e può richiedere diversi giorni di cammino. Mentre induisti, buddisti e giainisti coprono il percorso in senso orario, i fedeli della religione Bon si muovono nella direzione opposta.

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