Stessa mansione, diversi stipendi. Un divario vissuto, spesso a loro insaputa, da migliaia di lavoratori sardi che ogni giorno condividono uffici, fabbriche e capannoni svolgendo fianco a fianco lo stesso identico lavoro, ma percependo a fine mese buste paga differenti. Senza alcuna ragione plausibile.
Paletti
L’Europa ha voluto mettere un freno, portando avanti non senza difficoltà (l’Olanda si è opposta fino alla fine) la direttiva che obbligherà le aziende dell’Unione europea a rendere pubbliche le retribuzioni dei dipendenti. Il meccanismo però non sarà sregolato. Il lavoratore dovrà infatti fare richiesta all’azienda del dato medio e anonimo dei colleghi con la stessa mansione. In caso di differenze potrà aprire una conciliazione per l’equiparazione, assistito dai sindacati. Nel corso della vertenza dovrà essere la stessa azienda a giustificare le differenze ed eventualmente colmarle.
Niente caccia ai colleghi privilegiati, quindi. Né tanto meno l’aggiramento del diritto alla privacy. La direttiva Ue mira solamente a allineare statisticamente le retribuzioni all’interno di un’impresa, evitando soprattutto le iniquità tra diversi sessi.
Reazioni
«La Direttiva Ue sulla trasparenza salariale - ha spiegato la Uil tempo fa - servirà a mettere un freno a questo trattamento discriminatorio, in modo che le retribuzioni siano coerenti con il grado di competenza, esperienza e responsabilità della lavoratrice e del lavoratore, senza distorsioni dovute a stereotipi di genere».
Secondo il sindacato tuttavia, il lavoro non è completato: «Abbiamo tempo fino a giugno per costruire il quadro di implementazione e ci auguriamo che il Governo utilizzi al meglio i prossimi mesi, per un confronto con le parti sociali. A tal proposito, al tavolo ministeriale, abbiamo già espresso la nostra disponibilità, affinché l’applicazione della Direttiva in Italia sia efficace».
Controparte
La questione non è semplice. Non basta infatti confrontare due buste paga e calcolarne il divario reale. Nel conto finale infatti, rientrano scatti di anzianità, bonus e soprattutto voci inserite in un contratto siglato decenni fa che con i rinnovi sono state eliminate.
Ecco perché al ministero del Lavoro le associazioni di rappresentanza delle imprese in un recente vertice hanno puntato i riflettori su due possibili criticità: le disposizioni pregresse nei contratti di categoria già siglati in materia di livelli e mansioni di pari valore. Ma anche l’uso privilegiato delle procedure conciliative dentro l’azienda per ridurre i contenziosi in tribunale.
Le aziende però intravedono anche opportunità. Una maggiore trasparenza salariale infatti le aiuterà a trattenere gli elementi più validi e ad aumentare la produttività.
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