La crisi

Starmer lascia: addio a Downing Street 

Gran Bretagna, è il sesto capo del governo a dare le dimissioni dopo la Brexit 

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Londra. Una promessa di stabilità durata due anni scarsi. È game over per Keir Starmer, costretto ad annunciare le sue dimissioni da leader del Labour e primo ministro britannico per spianare la strada al compagno di partito Andy Burnham, sindaco uscente di Manchester, invocato come salvatore della patria laburista sulle ali d’una immagine leggermente più progressista; ma soprattutto del recente successo elettorale locale contro la rampante minaccia dell’ultradestra di Reform Uk, forza trumpiana portata nell’ultimo anno in testa a tutti i sondaggi nazionali dall’ex tribuno della Brexit Nigel Farage.

Il forfait

Sfiancato da mesi di oscillazioni politiche, da un’economia in affanno, dagli scandali, da un’impopolarità personale persino inspiegabile nei suoi livelli record senza precedenti e dalla debacle storica subita alle amministrative del 7 maggio, il 63enne Starmer, avvocato ed ex procuratore della Corona prestato alla politica quasi per caso, ha gettato la spugna in un’afosa mattina d’inizio estate. Aprendo le porte alla scelta di un nuovo leader destinato a essere il 56enne Burnham. E a succedergli formalmente - salvo sorprese - verso metà luglio, a dispetto della richiesta solitaria sollevata da Farage di elezioni anticipate che per ora non ci saranno. «Resterò al mio posto fino a che la procedura (per la successione) sarà completata» dal Partito laburista, ha detto sir Keir nel rituale discorso di congedo alla nazione davanti al portoncino al numero 10 di Downing Street. Edificio di cui si appresta a lasciare le chiavi a un ennesimo inquilino, il settimo nei 10 anni turbolenti trascorsi dal referendum del 23 giugno 2016 che decretò il divorzio dell’isola dall’Ue. Un discorso ascoltato dal team dei collaboratori più fedeli e dalla famiglia, ma solo da un paio di ministri di spicco: conferma di un isolamento ormai irrimediabile. Starmer ha faticato a ingoiare le lacrime, con la voce che gli si rompeva, nell’evocare «l’amore» per la patria e soprattutto nel rivolgersi alla moglie Victoria e ai figli, ai quali adesso potrà «dedicare più tempo». Mentre ha provato a rivendicare i successi auto-attribuiti al suo governo, pur non senza riconoscere la perdita di consensi nel partito e nel Paese.

Le rivendicazioni

Successi fra i quali ha citato la vittoria alle Politiche del luglio 2024, con il ritorno del Labour al potere dopo 14 anni, il rilancio del ruolo del Regno Unito sulla scena internazionale con un atteggiamento di «dignità», «il sostegno all'Ucraina» e il riavvicinamento ai «nostri alleati europei». Ha viceversa glissato sulle critiche alle sue retromarce programmatiche, ai fallimenti imputatigli a livello economico, sociale, sull'immigrazione o sulla difesa, nonché sullo scandalo della nomina di lord Peter Mandelson (amico del defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein) ad ambasciatore negli Usa.

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