Londra. Un mea culpa a metà, che non cancella le ombre né spegne il coro d'intimazioni a dimettersi intonato dalle opposizioni. Keir Starmer ha affrontato alla Camera dei Comuni un antipasto di quello potrebbe diventare l'inizio della resa dei conti sulla vicenda della sciagurata scelta di nominare l'anno scorso ambasciatore negli Usa il chiacchieratissimo ex ministro Peter Mandelson: silurato nel giro di pochi mesi per l'emergere di nuovi dettagli sui suoi già noti rapporti di stretta frequentazione col defunto faccendiere Jeffrey Epstein.
Messo all'angolo nei giorni scorsi da rivelazioni ulteriori sui buchi del processo di verifica delle credenziali di Mandelson - processo che aveva assicurato fosse stato seguito scrupolosamente ma ora si è scoperto essere stato in realtà completato solo a designazione avvenuta - il premier è stato costretto a presentarsi a Westminster per difendersi dall'accusa d'aver mentito al Parlamento e al Paese. Rettificando quanto era ormai impossibile negare, ma insistendo comunque a farsi scudo dietro una presunta buona fede. E dietro le colpe scaricate sull'apparato amministrativo del Foreign Office. «Mi scuso, ancora una volta, con le vittime del pedofilo Jeffrey Epstein». Parole a cui tuttavia ha fatto seguire una serie di distinguo e tentativi di allontanare da sé i punti oscuri sul “vetting”.
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