Iglesias-Sant’Antioco.

«Soli a gestire la disabilità dei nostri figli» 

La richiesta d’aiuto delle famiglie che si scontrano con i tempi della burocrazia 

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Disabilità gravi e disturbi dell’apprendimento dei bambini: sono settori dove spesso i genitori si scoprono soli a gestire patologie per le quali l’accesso ai servizi pubblici si fa complicato per via delle liste d’attesa nelle strutture pubbliche e disponibilità limitata nei centri convenzionati.

Iglesias
«Se mi rivolgo alle Asl rischio di aspettare anche due anni prima di una visita. – spiega Matteo Erta, genitore alle prese con l’accesso ai servizi dedicati a tali disturbi - Nel frattempo il bambino resta senza supporto, e la scuola non può intervenire: anche se gli insegnanti individuano le difficoltà, senza certificazione non possono attivare strumenti come piani didattici personalizzati o sostegno». Le strutture convenzionate, come Logos realtà accreditata con il sistema sanitario regionale, con sede principale a Monserrato e un distaccamento a Iglesias, rappresentano una possibile alternativa. Tuttavia, a Iglesias, il distaccamento non riesce a coprire la domanda. «Su circa venti bambini seguiti, oltre la metà è uscita dalla convenzione per esaurimento dei posti disponibili. – racconta Erta - I posti sono pochissimi, si contano sulle dita di una mano. Molte famiglie restano fuori e devono scegliere se pagare o rinunciare». Sulla questione è intervenuta anche l’assessora alle Politiche sociali, Angela Scarpa, che ha riconosciuto la criticità del sistema e chiesto un intervento a livello regionale: «Abbiamo evidenziato come il numero degli accreditamenti per la logoterapia non sia stato adeguatamente aggiornato nel tempo, risultando oggi insufficiente rispetto ai bisogni reali del territorio. Riteniamo pertanto necessario che la Regione proceda a una revisione del sistema degli accreditamenti, tenendo conto dell’aumento delle richieste e della crescente attenzione verso interventi precoci, in particolare per bambini e bambine».

Sant’Antioco

Non se la passano meglio i genitori che si trovano a seguire figli con disabilità gravi, come Susi Mura, di Sant’Antioco, che combatte una battaglia quotidiana per garantire alla figlia un diritto fondamentale: quello a un’assistenza adeguata, oggi ostacolata da carenze strutturali e lungaggini burocratiche. «Ho fatto richiesta per l’attuazione del Progetto Vita a ottobre 2024 - racconta - dopo tre incontri con l’Unità di valutazione territoriale è stato riconosciuto il diritto di mia figlia a un centro diurno. Ma nel territorio non esistono strutture socio-sanitarie adeguate». L’unica possibilità individuata è il centro socio-educativo “Il Faro” dell’associazione Le Rondini, a Carbonia. «Una soluzione che però comporta costi molto elevati: 2.500 euro al mese per cinque giorni settimanali, oppure 1.650 euro per tre giorni, comprensivi di trasporto personalizzato - racconta - I Servizi sociali mi hanno concesso 14 mila euro, ma questi fondi coprono solo fino a maggio. Dopo, non so cosa accadrà». A complicare ulteriormente la situazione è il mancato avvio del bando “Dopo di Noi”, ancora non pubblicato. Susi Mura non nasconde la propria esasperazione. «Mia figlia ha diritto e necessità di interventi strutturali. Io sono esausta, ho problemi di salute, difficoltà economiche e da due mesi non ho neanche un’auto». Proprio per questo, il 26 febbraio è stata presentata, tramite avvocato, una richiesta al giudice tutelare per autorizzare l’acquisto di un veicolo. «Abbiamo sollecitato più volte, ma non abbiamo ricevuto risposta: né dalla cancelleria né dal giudice - precisa - intanto il preventivo sta per scadere». Di fronte a questo scenario, resta solo la strada legale. «Dovrò fare causa per ottenere l’attivazione del Progetto Vita - aggiunge - per sostenere le spese sarò costretta a chiedere aiuto alla Caritas. Il patrocinio gratuito, infatti, non è accessibile perché superiamo di poco la soglia prevista, ma tra debiti e rateizzazioni quei soldi non li abbiamo davvero». Il caso solleva interrogativi più ampi sull’efficacia dei servizi territoriali. «Per dare supporto ai sofferenti psichici cosa si può fare concretamente in questo territorio? - è la domanda che pone Susi Mura - perché le famiglie devono essere costrette a fare causa per vedere riconosciuti i propri diritti?» Un grido di dolore che va oltre la vicenda personale e che racconta una realtà in cui, troppo spesso, chi è più fragile viene lasciato solo «in una disperazione assoluta».

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