Sembra essersi fatto troppo grande, questo nuovo Sant’Elia, con le sue 126 stanze dell’hotel extra lusso, una ventina di chioschi cibo&bevande e il centro benessere da 4.200 metri quadrati. In discussione non sono le ambizioni progettuali, mai troppo velleitarie in una città che ha cucito addosso il bollino del provincialismo ma si sente europea. «Il problema centrale – si interrogano associazioni di categoria ed esperti – riguarda la copertura dell’investimento: qual è l’interesse pubblico nella realizzazione delle strutture non sportive previste nel progetto?». Quesito pesantissimo, in attesa di risposta. In ballo ci sono soldoni: 50 milioni dalla Regione e dieci dal Comune. Più il project bond della Sfirs, la cassaforte sarda, un prestito agevolato che vale altri trenta milioni.
Il monito
Fausto Mura, presidente di Federalberghi Sud Sardegna, fa vedere subito da che parte stanno, lui e gli associati. «Cagliari – dice in premessa – ha bisogno di uno stadio nuovo, non solo per il calcio, ma pensando anche agli eventi capaci di favorire il turismo. Non nascondiamo però la nostra perplessità sulle opere collaterali previste». Non convince un impianto alla maniera di Torino e Düsseldorf, di Manchester e Parigi. «Realizzare un hotel con risorse pubbliche è distorsivo della concorrenza. Il danno per il mercato di Cagliari e della Sardegna sarebbe enorme». Da Federalberghi chiedono «trasparenza: ci risulta pure che l’affidamento della gestione avverrebbe senza gara pubblica. È un ulteriore aspetto che contestiamo». Il candidato designato, al netto di eventuali revisioni pre-contrattuali, è Accor, colosso francese dell’ospitalità, seimila strutture in centodieci Paesi, che sbarcherebbe a Cagliari con il marchio svizzero Mövenpick, acquisito nel 2018. Transalpina anche la gestione del centro benessere, il cui destino sarà segnato dallo Snow Group. Il pacchetto "chiavi in mano” del Sant’Elia vale 218.621.208 euro. Costruisce una Spv, una società di scopo, che mette insieme il Cagliari calcio di Giulini e il Gruppo Costim Re. Ma considerando che realizzare uno stadio, tradizionale seppure moderno, costa in media 3.500 euro a posto, l’impianto di Cagliari, autorizzato per 30.076 tifosi, supera di poco i 150,2 milioni. Tutto il resto, praticamente la metà della spesa totale, serve per le strutture non sportive.
Linea d’azione
Mura ha chiara la strategia. I passaggi da fare. «Noi ci muoveremo secondo i percorsi che la politica ci consentirà. Ma non escludiamo nemmeno di una verifica alla Corte dei Conti, perché ci sentiamo colpiti dalla possibilità che un operatore privato possa ottenere questo indubbio vantaggio del sostegno pubblico, come risulta dal Pef». Il presidente di Federalberghi Sud Sardegna è incalzante: «Sollecitiamo un supplemento di verifica anche sulle eventuali agevolazioni urbanistiche in fase di costruzione, specie in un’area di pregio come quella di Sant’Elia, seppure nel Piano economico-finanziario non venga considerata tale».
Costi e ricavi
Altro campo minato è il business che gira intorno al nuovo Sant’Elia. La ripartizione di entrate e uscite, contenute sempre nel Pef. L’analisi l’ha fatta l’avvocato tributarista Pierpaolo Murgia. «Ciò che colpisce in questo Piano economico-finanziario – spiega – è la quantificazione dei ricavi. Benché reali, vengono conteggiati secondo una modalità destinata a rendere indispensabile, quasi per definizione, il contributo pubblico». Per l’avvocato si tratta di una forzatura che va corretta, a vantaggio «di un Pef che permetta di verificare tutte le entrate in maniera trasparente». Nel documento sul nuovo Sant'Elia, affidato ai britannici della Deloitte, «lo stadio viene dato in uso a un altro soggetto, idem l’albergo e gli altri servizi». Infatti: il Cagliari Calcio risulta l’affittuario per 2,3 milioni annui; dall’hotel l’obiettivo è drenare un pari importo nella fase iniziale per arrivare a 2,9 milioni a regime. «Il risultato – sottolinea Murgia – è che la Spv appare paradossalmente povera, bisognosa del contributo di Comune e Regione. Ma non perché l’opera in sé non sia in grado di generare guadagni, piuttosto per la scelta di attribuire altrove i ricavi».
Le alternative
L’avvocato lo dice senza giri di parole: «Nessuno chiede di fermare il progetto dello stadio o rimettere in discussione la promessa di un contributo a fondo perduto. L’obiettivo è semmai riscrivere la proposta secondo lo standard fissato dalla normativa sul partenariato pubblico-privato: un Pef giuridicamente solido indica i benefici concreti di un investimento a fronte del finanziamento erogato». L’avvocato invita il Comune a «sommare i ricavi del primo livello e quelli del secondo», per poi «valutare, in base ai numeri, la necessità o meno del sostegno finanziario». Un suggerimento scatta pure sulla riscossione del canone, aumentato a 100mila euro per i primi venticinque anni rispetto agli iniziali 50mila, mentre gli altri cinque lustri salirà a 200mila. Per Murgia «andrebbe diversamente misurato», anche perché rappresenta «l’unico introito per le casse municipali, oltre all’acquisizione dello stadio al patrimonio dell’ente, una volta scaduta la concessione cinquantennale». L’avvocato suggerisce diverse contropartite, a cominciare dalla «richiesta di giornate di utilizzo esclusivo dell’impianto, per esempio per l’organizzazione di concerti. Ma il Comune potrebbe anche sollecitare quote percentuali sul fatturato complessivo». Su un elemento Murgia non vede margini di manovra: «Sin da subito la realizzazione dell’hotel andava esclusa, vista l’erogazione di risorse pubbliche».
I dubbi
Sul versante del canone si inserisce anche Maria Sias, ingegnera di Cagliari: «Lascia perplessi che la parte privata incassi, solo dall’affitto dello stadio, una cifra ventitré volte superiore al corrispettivo pattuito con il Comune. Confido nella capacità dei nostri amministratori perché vengano difesi gli interessi di Cagliari e dei suoi tifosi». Roberto Bolognesi, presidente di Confesercenti Sardegna, rabbuia al pensiero di quei venti chioschi dentro lo stadio: «I negozi di prossimità, in tutta l’area vasta di Cagliari, hanno già pagato un prezzo altissimo per la concorrenza con la grande distribuzione. Autorizzare un numero elevato di nuove attività rischia di peggiorare i già precari equilibri del sistema». Bolognesi sintetizza così l’operazione dello stadio: «Mi pare che siamo davanti a una collettivizzazione dei costi e una privatizzazione dei benefici».
( 7 – Fine. Le puntate precedenti sono state pubblicate il 17, 18, 19, 20, 21, 24 giugno )
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