Tradizione

«Serve una legge per valorizzare la musica degli avi» 

Canto a tenore e poesia “a bolu”, la proposta approda in Regione 

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Il canto a tenore è patrimonio immateriale dell’Umanità. Il riconoscimento è arrivato ventun anni fa ma ancora questa forma di espressione artistica aspetta, con altre, una legittimazione giuridica e un riconoscimento istituzionale che ancora non c’è. Dopo anni di appelli caduti nel vuoto e auspici di legittimazione inascoltati approda in Regione una proposta di legge per la tutela e valorizzazione della musica tradizionale sarda e della poesia improvvisata, a bolu , che hanno caratterizzato stagioni fulgide (basti pensare al fiorire delle rime sui palchi) ma ora rischiano di essere vittime dei tentacoli dell’oblìo.

La legge punta proprio a scongiurare questa eventualità, senza limitarsi a una dimensione celebrativa di questo patrimonio culturale, «spesso affidato alla buona volontà delle comunità locali» ma piuttosto delineando «una politica regionale strutturata, capace di tutelare le forme tradizionali nella loro autenticità» a favore delle nuove generazioni.

La disciplina

Dodici articoli, un reticolo normativo già abbastanza preciso ma bisognoso di qualche aggiustamento, il testo è già allo studio in commissione e in questi giorni è sottoposto al vaglio di realtà culturali chiamate in audizione in Consiglio regionale. Lo hanno redatto Salvatore Cau (ex sindaco di Neoneli, cultore della poesia improvvisata), Sandro Porcu e Lorenzo Cozzolino, di Orizzonte Comune, «con l’intento di salvaguardare e valorizzare – scrivono i firmatari della proposta di legge – questo patrimonio inestimabile». Lo strumento è appunto «una legge specifica che ne riconosca l’importanza e ne garantisca la trasmissione alle generazioni future, attraverso un sistema strutturato di interventi e azioni mirate».

I soldi

Robusta la copertura finanziaria prevista. «Un milione di euro all’anno», da stanziare nel bilancio di previsione 2026-2028. Alla Giunta regionale, previo parere della Commissione competente per materia, l’onere di approvare il programma triennale integrato di intervento nel settore della musica tradizionale e della poesia improvvisata».

Il patrimonio

Da valorizzare «le principali espressioni musicali della Sardegna, con particolare riguardo – precisano i proponenti – a launeddas, poesia improvvisata, cantu a cuncordu, cantu a tenore e cantu a chiterra». Fin dalle prime audizioni in Regione è però emersa la necessità di integrazioni. Leonardo Moro, da pochi mesi presidente dell’Istituto superiore regionale etnografico, condivide «l’obiettivo della proposta di legge», che «è certamente quello di proteggere alcune pratiche musicali oggi in pericolo, ma ritengo che la legge debba intanto comprendere ogni espressione musicale tradizionale sarda, come recita il titolo, magari modulando gli interventi a sostegno in base al grado di emergenza registrato dalle specifiche espressioni musicali. Con questo auspicio ho fatto rilevare che fra le diverse espressioni musicali oggetto di tutela e valorizzazione manca il canto corale polifonico di ispirazione popolare. Il canto corale di scuola nuorese, benché non definibile “musica improvvisata orale”, rappresenta un filone di cultura popolare ormai consolidato (esiste da oltre 70 anni) e comunque prossimo a poter essere considerato “tradizionale”.

Gli attori coinvolti

La necessità di una normativa a salvaguardia del patrimonio di tradizione orale è condivisa e auspicata da molti. E i firmatari della proposta di legge auspicano un ampio coinvolgimento. «Un elemento qualificante – dicono – è la costruzione di una governance partecipata: attraverso la Consulta della musica tradizionale sarda ed il relativo coordinamento vengono messi allo stesso tavolo Regione, comuni, università, conservatori, associazioni e confraternite, cioè i soggetti che quotidianamente producono, insegnano, documentano o ospitano queste pratiche. A questa rete viene affidata la definizione delle linee guida e il supporto alla Regione nell’attuazione del piano di salvaguardia».

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