Tribunale

«Sentiva le voci e non si curava» 

Confronto in Assise tra psichiatri, ma il perito insiste: la mamma era fuori controllo 

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«Non si uccide una figlia con 36 coltellate per gelosia se non si parte da una patologia, come è in questo caso la schizofrenia paranoide, tra le più gravi che noi conosciamo». Nessuno ha fiatato nell’immensa aula della Corte d’Assise di Cagliari quando, ieri mattina, durante la prima udienza del processo per l’omicidio della 13enne Chiara Carta, il neuoropsichiatra Maurizio Marasco ha ribadito quanto aveva già detto in fase d’indagine, nel corso dell’incidente probatorio che l’ha visto confrontarsi con il consulente della Procura e quello della difesa di Monica Vinci, 54 anni, accusata di aver ucciso la figlia adolescente nella loro abitazione di Sili, frazione di Oristano, il 18 febbraio 2023. La furia omicida, a quanto pare, era esplosa dopo una discussione perché la ragazzina voleva uscire con una minigonna. E l’ex professore associato di psicopatologia forense e criminologia alla Facoltà di Medicina dell’Università “La Sapienza” di Roma è andato dritto al nocciolo della questione. «Quest’omicidio è un atto fuori controllo, in totale discontinuità con la realtà», ha ripetuto alla Corte, «poi, dopo l’accaduto, ha capito e si è pentita, pensando di uccidersi per sfuggire ai sensi di colpa».

Si apre il processo

Con l’esame dei tre esperti, che già si erano confrontati nell’incidente probatorio, è iniziato ieri mattina il processo alla donna, da tre anni ricoverata in una Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) a Capoterra. Lo scorso dicembre, la Gup di Oristano Cristiana Argiolas aveva accolto la richiesta di rinvio a giudizio formulata al termine delle indagini dal pm Valerio Bagattini, così ora la Corte d’Assise è chiamata a chiarire se Monica Vinci sia punibile o meno per quanto accaduto. E così, nonostante quanto emerso in incidente probatorio sia ormai agli atti, la Corte presieduta dalla giudice Lucia Perra (con a latere il collega Roberto Cau) ha deciso di risentire in aula sia il perito che i consulenti Stefano Ferracuti (nominato dal pm) che Giampaolo Pintor (indicato dal difensore, Gianluca Aste).

Le conclusioni

Il primo a salire sul banco dei testimoni è stato lo psichiatra Ferracuti che, pur confermando la grave patologia, ha concluso sostenendo la parziale incapacità d’intendere e di volere dell’imputata. La schizofrenia le era stata diagnosticata già nel 2015, quando la famiglia la trovò con una croce e una bibbia in mano, in preda ad un delirio mistico e religioso, tanto da essere ricoverata con un trattamento sanitario obbligatorio. Da quel momento Monica Vinci avrebbe iniziato a sentire le voci. «Lo psicotico ha dei momenti in cui la patologia si aggrava», ha chiarito il perito Marasco, rispondendo ad una domanda dell’avvocata Anna Paola Putzu, nominata parte civile dall’ex marito dell’imputata, «Poi ci possono essere degli apparenti miglioramenti». E sul fatto che la paziente non prendesse le medicine prescritte, a causa della sua patologia. «Se fosse rimasta sotto trattamento», ha concluso, «non saremmo qui». Dal canto suo, invece, il consulente della difesa Pintor (anche lui condivide sulla totale incapacità) ha spiegato perché la patologia sia potuta esplodere con tutta quella violenza. Si prosegue il 27 maggio: il pm vuole sentire altri medici che hanno avuto in cura l’imputata.

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