Istruzione

Scuola, mannaia sugli istituti troppo piccoli 

Lo scontro Stato-Regione, sarà Feliziani a gestire il piano sardo: «Impegno preso con il Pnrr» 

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Non lo ammetterà mai ma, fosse per lui, ne farebbe a meno. Tocca a Francesco Feliziani, da sedici anni alla guida dell’Ufficio scolastico regionale per la Sardegna, assumere il ruolo scomodo di commissario incaricato dal ministero dell’Istruzione e del Merito di procedere all’accorpamento di nove istituti scolastici nell’Isola, compito che la Regione ha scelto di non svolgere. Missione analoga per i suoi omologhi in Toscana, Emilia-Romagna e Umbria.

«Applicherò le linee guida, peraltro improntate a un assoluto buonsenso, decise dalla Regione», assicura Feliziani, promettendo: «Niente scuole-mostro». Il criterio principe è quello numerico: «Una scuola non può avere meno di 400 alunni, e nell’Isola ne abbiamo addirittura con meno di 300. Siamo al limite dell’ingovernabilità».

Nel fuoco delle polemiche

Sessant’anni, romano, esperto manager di Stato, Feliziani si trova a gestire una riforma nel pieno delle polemiche. I sindacati sono sul piede di guerra: parlano di commissariamento come di un atto grave, calato dall’alto e distante dalla realtà sarda. Lui replica richiamando gli impegni assunti: «Nell’amministrazione pubblica ci sono competenze statali e regionali. Il dimensionamento è stato deciso quando, ai tempi del Governo Draghi, in piena pandemia, si è accettato il Pnrr. Una delle condizioni poste dall’Unione europea era l’adeguamento del sistema scolastico al numero effettivo degli alunni, che cala per la denatalità: e la Sardegna è la Regione che dal Pnrr ha ricevuto più fondi per la scuola».

Quanto ai numeri, osserva: «Quando sono arrivato, vent’anni fa, l’Isola contava oltre 360 scuole». Ora sono 232: ancora troppe, per i parametri ministeriali.

«Rispetto ai 36 accorpamenti già fatti, che non mi pare abbiano devastato il sistema, i nove non attuati saranno poca cosa», prosegue il direttore dell’ufficio scolastico regionale: «Nessun paese perderà le sue scuole, semplicemente alcune saranno riunite sotto un unico dirigente. Peraltro siamo in regime di proroga: diverse scuole sono dirette da reggenti. non ci sarà nessuna distruzione di posti di lavoro».

Cgil, Cisl e Uil

Cgil, Cisl e Uil mettono però al centro il dato della dispersione scolastica, che in Sardegna raggiunge il 14,5% (fanno peggio solo Sicilia e Campania, rispettivamente 18,8% e 16,1%). Per i sindacati, questo dovrebbe spingere a rafforzare il sistema educativo, non a indebolirlo. Cgil Sardegna e Cgil Flc definiscono la decisione «gravissima» e lesiva dell’autonomia regionale, sostengono la posizione della Regione e propongono un coordinamento con le altre Regioni commissariate. Anche Cisl Scuola chiede un cambio di passo: «Da anni – ricorda la segretaria generale per l’area di Cagliari, Susanna Serra – chiediamo un piano che tenga conto delle peculiarità del territorio. È vero che calano gli studenti, ma aumenta la dispersione. Servono tavoli di concertazione e patti sociali, non decisioni automatiche basate solo sui numeri». La Uil parla di provvedimento «inaccettabile», fondato su parametri astratti e incapace di considerare le specificità dell’Isola: «Servono più investimenti e servizi educativi, non tagli mascherati da riforme».

Distanze e trasporti

Il presidente del Consiglio regionale, Piero Comandini, ha fatto un appello al rispetto reciproco tra istituzioni e invocato un’azione unitaria per le comunità locali. Difendere scelte diverse, ha spiegato, non è ideologia ma realismo: distanze, difficoltà di collegamento e conformazione geografica rendono impraticabili, nell’Isola, modelli standardizzati. «Per molti studenti sardi, anche pochi chilometri significano ore di studio perse».

Feliziani prende atto ma non arretra: «Con tutto il rispetto, non vedo una specificità sarda. Gli stessi argomenti sono stati avanzati anche da altre Regioni, inclusa l’Emilia-Romagna, che effettivamente ha delle zone appenniniche, e perfino dalla Campania, che dopo un rifiuto iniziale ha fatto gli accorpamenti, dopo le elezioni regionali».

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