L’emergenza

Santissima Trinità, allarme agli infettivi «È scattato il protocollo di sicurezza» 

Il primario Angioni: la chiamata a notte fonda, poi tutte le misure 

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La chiamata al primario del reparto Malattie infettive dell’ospedale Santissima Trinità, Goffredo Angioni, è arrivata alle 2 del mattino di ieri. Era il medico di turno: «C’è un sospetto caso di Ebola in città, cosa facciamo?».

L’allarme

E così è scattato l’allarme a Cagliari, con una serie di misure e azioni da decidere sul momento, dato che l’unità di crisi, cioè la cabina di regia che dovrebbe gestire un’emergenza del genere, non si era mai riunita in precedenza, che le lezioni del Covid sono ormai archiviate, i presìdi di protezione per gli operatori sanitari sono di quei tempi “lontani”, e il personale sanitario non ha ancora fatto corsi di formazione aggiornati.

«In una situazione come questa, quando c’è sia il criterio clinico che epidemiologico, cioè i sintomi e la provenienza, si mettono in campo le linee guida del ministero», spiega dottor Angioni. «Il paziente, dopo che è stato prelevato a domicilio, è stato ricoverato da noi, in isolamento, un campione del suo sangue è stato inviato allo Spallanzani di Roma, il Centro di riferimento nazionale, e ora attendiamo l’esito. Se sarà negativo tutto tornerà alla “normalità”, se invece sarà positivo, lui verrà trasferito nella capitale, e si attiverà l’iter previsto, cominciando dal tracciamento dei contatti».

Il paziente

L’uomo sotto stretta osservazione, un cittadino italiano di 46 anni di origine congolese che vive in via Manno, è atterrato sabato intorno alle 23 a Elmas da Roma. Aveva febbre, cefalea e altri sintomi riconducibili a Ebola ma, pur arrivando da Kinshasa, dove era andato a trovare i familiari i primi di maggio, non è stato bloccato a Fiumicino per una prima valutazione sanitaria da parte degli Uffici di sanità di frontiera come indica il protocollo del ministero, perché nel lungo viaggio aveva fatto scalo al Cairo, dunque, risultava in arrivo dall’Egitto. Un elemento preoccupante, chissà quanta gente potrebbe sfuggire ai controlli.

L’uomo è arrivato a casa e non stava bene, la moglie – attualmente chiusa nella sua abitazione, monitorata costantemente dall’Igiene pubblica della Asl – ha chiamato un’ambulanza per chiedere soccorso. Dal momento della telefonata a quello dell’arrivo in ospedale sono trascorse oltre dodici ore: era complicato organizzare il trasporto, con un mezzo attrezzato e adeguato, personale preparato e super protetto, e anche nel reparto – con tutta l’èquipe che fa capo a Goffredo Angioni e la direzione sanitaria del presidio – è stato necessario predisporre gli spazi dedicati.

Il paziente è stato ricoverato intorno alle 15.30 di ieri pomeriggio, sta abbastanza bene, e adesso si attende l’esito del test, in caso di positività sarà trasferito allo Spallanzani con un volo speciale, e subito bisognerà far partire i contatti con tutti i passeggeri a bordo degli aerei che ha utilizzato, dal Congo alla Sardegna.

L’esperto

Il professor Aldo Manzin, direttore di Microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliero universitaria di Cagliari, ha spiega nei giorni scorsi che «le gravi epidemie da Ebola in Repubblica Democratica del Congo e Uganda, e da Hantavirus in Sud America, ci ricordano che a fronte di episodi infettivi che avvengono in zone geografiche lontane da noi, i tempi di percorrenza e le traiettorie seguite da patogeni “esotici” possono diventare, rispettivamente, sempre più brevi e più veloci».Ancora: «Il rischio per la popolazione generale europea, e italiana, è attualmente valutato come molto basso ma, come ricorda l'Organizzazione Mondiale della Sanità la minaccia delle malattie infettive rimane estremamente attuale e rischia di peggiorare nel futuro. Purtroppo, dal solo 2003 a oggi, il numero di infezioni causate da patogeni nuovi, cioè di nuova identificazione, o da patogeni “vecchi” ma che hanno conquistato territori nuovi sia in continuo incremento».

La globalizzazione

«Oggi le distanze tra le popolazioni sono sempre più brevi, i contatti tra gli uomini e gli animali sempre più frequenti, le occasioni di incontro con patogeni vecchi e nuovi sempre più probabili. In un mondo globalizzato, che ha perso sostanzialmente la vocazione verso la solidarietà e la cooperazione internazionale, laddove queste rappresentano gli strumenti essenziali per contenere ogni possibile diffusione, il rischio è che una futura, prevedibile pandemia possa colpire un mondo più diviso, più debole, meno preparato a proteggere i cittadini».

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