Il focus.

Sant’Elia, luci e ombre: «Potrebbe essere il luogo  più bello della città» 

Gli abitanti difendono il loro quartiere: «Le istituzioni ci hanno abbandonato» 

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«Non è che è tutto brutto. Ma non siamo messi bene».Gianluca Lampis, un residente del borgo storico, non usa giri di parole. E forse basta questa sua frase per raccontare il paradosso di Sant’Elia: il mare a due passi, il colle, il vento, il profilo del Lazzaretto e le case del vecchio borgo che si coniugano a un complesso di edifici di segno modernista. Ma quando ci si addentra si scoprono anche strade dissestate, giochi rotti,ascensori guasti, scarsa illuminazione e pulizia carente. E si incontra anche una parola che ritorna nelle conversazioni: “abbandono”.

Le difficoltà

«Questo è un quartiere bellissimo», racconta Simone Melis, nato e cresciuto qui. «Se avessero costruito ville sarebbe la zona “in” di Cagliari. Noi non vogliamo andarcene, ma ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni». Melis porta avanti una cooperativa sociale, Le Favelas, e vorrebbe uno spazio dove lavorare con giovani in difficoltà, anche provenienti da comunità e dal carcere minorile: «Non basta sistemare le strade ogni tanto, bisogna aiutare i ragazzi a entrare nel mondo del lavoro».Per lui la riqualificazione deve partire dalle opportunità. Lampis invece aggiunge: «Al Lazzaretto portano avanti delle iniziative, ma spesso qui non ne sappiamo nulla». Così il vuoto provano a riempirlo loro, gli abitanti: per il terzo anno consecutivo organizzeranno il Carnevale e Melis preparerà le zeppole: «Spero che almeno quest’anno l’amministrazione ci aiuti».

Le carenze

Omar, nato nel quartiere, ricorda il passato di Sant’Elia: dal borgo dei pescatori agli sfollati accolti al Lazzaretto dopo i bombardamenti del 1943, fino all’edilizia popolare che ha ridisegnato il quartiere con i complessi del Favero, Le Lame, Torri e Anelli.Davanti a un negozio, diversi residenti che preferiscono restare anonimi, parlano quasi con una sola voce: «Manca un centro per i giovani. I politici qui vengono solo per i voti, poi non si fanno più vedere. Ci sono cantieri lasciati a metà, poca illuminazione, scarsa pulizia e soprattutto manca il lavoro». E aggiungono: «non è strano prendere atto che ci sarà un nuovo stadio e che il quartiere a fianco è in queste condizioni?».Al Favero, denuncia Melis, gli ascensori sono spesso guasti: «Qui vivono molti anziani che sono ostaggi a casa propria, servono interventi tempestivi». Lampis, da via Schiavazzi, indica inoltre l’emergenza rifiuti e chiede strade accessibili alle persone con disabilità e più spazi di socialità: «dovrebbero organizzare dei concerti, una banda musicale come accade in altri quartieri, un po’ di musica».

Lo spaccio

E la droga? «C’è, ma come altrove», risponde Melis. Poi c’è la signora Paola: «Il quartiere è in grave stato di abbandono. I bambini d’estate sono rimasti chiusi in casa casa per mancanza di luoghi pensati per loro e ora il problema persiste: dove vanno dopo la scuola?». C’è poi la questione della colonia felina: «I gatti che prima erano ospitati dalle suore sono stati trasferiti nei pressi del parco Jovanotti e dopo numerose richieste il Comune ha creato un recinto, ma ora urge una copertura prima che muoiano in inverno sotto la pioggia, già in estate son morti vari gatti. È gravissimo che nessuno si muova».

L’amore

Qui emerge con forza il verbo“appartenere”. I residenti elencando i problemi di Sant’Elia, si arrabbiano. Ma non la rinnegano. Laamano. Forse perché i luoghi in cui si vive non sono fatti soltanto di strade e palazzi, ma di persone che si conoscono da una vita. E ai politici chiedono di farsi vedere non solo quando arriva un’altra campagna elettorale. «Siamo stanchi di lamentarci col Comune», dicono.Poi arriva puntuale quel “ma”. «Ma noi Sant’Elia la amiamo».

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